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Il caso Romney, le schede nude, la paura che Biden rovini tutto e altri animali fantastici degli Stati Uniti

Il dibattito no
Martedì prossimo, 29 settembre, c’è il primo dibattito Trump-Biden. Donald Trump non si sta preparando, dice. Joe Biden si prepara, ma, si chiedono in tanti e l’Atlantic lo scrive, è lì che “Biden rovinerà tutto?”. Quasi tutti i democratici impegnati nella campagna sono terrorizzati. Temono che “Biden faccia pasticci”, così imbarazzanti da costargli le elezioni. Anche solo avendo un’aria anziana e confusa. Già Trump in tweet e comizi proclama che Biden è rimbecillito, bombato di stimolanti e benzodiazepine (ex collaboratori di Trump dicono che il tossico di benzo e Adderall è lui, ma vai a sapere). E «molti Democrats saranno col fiato sospeso fino all’ultimo dibattito del 22 ottobre», scrive Isaac Dovere sull’Atlantic. Sapendo, i democratici, che ogni gaffe e ogni frase improbabile (come la sua classica “i bambini possono imparare molte parole ascoltando il giradischi”) verranno rilanciate sui social e su Fox News fino alla débâcle virale. Consolandosi con la raccolta fondi per Biden, finora 466 milioni di dollari, cento più di Trump; con lo scarso interesse per i dibattiti per metà degli elettori; e con Kamala Harris.

Il soave massacro
Qualcuno prova pena o quasi per l’inquietante, reazionarissimo, religiosissimo Mike Pence. Che chiama sua moglie “Mommy”, che non pranza da solo con una donna, che il 7 ottobre sarà con Harris, nell’unico dibattito che gli anti-Trump, specie se femmine, pregustano. Si aspettano che la senatrice della California faccia polpette di Pence; ricordano il soave massacro del giudice Brett Kavanaugh davanti alla commissione Giustizia. Aspettano anche le audizioni della nuova giudice della Corte Suprema che Trump potrebbe nominare sabato, sperano che Kamala la riduca peggio di Mike, e insomma faccia una bella figura.

Il caso Romney
Le bolle progressiste americane sono ieri passate dal considerare Mitt Romney un compagno di strada (letteralmente: ha manifestato davanti alla Casa Bianca con Black Lives Matter; ha votato, unico repubblicano, per rimuovere Trump) a dargli del «weak ass motherfucker» su Twitter e ad accusarlo di avere «la spina dorsale di un’anguilla». Perché si è dichiarato disponibile a votare la nominata da Trump alla Corte Suprema. Dimenticando che Romney è un mormone eletto in uno stato mormone e ultraconservatore e antiabortista. E che è uno dei principali responsabili della riduzione del Grand Old Party a organizzazione truculenta in cui pochi miliardari manovrano moltitudini sovraniste.

Senza più l’ipocrisia e i modi patrizi dei Bush (che comunque sfangavano elezioni con metodi dubbi, dalla demonizzazione dei matrimoni queer ai brogli sulla riconta dei voti). Senza una figura nobile, eroica e ironica come John McCain (che comunque accettò, nel 2008, il “game change” della scelta come vice di Sarah Palin, apripista dell’intrucidimento repubblicano). Con un’insicurezza da vecchio bravo ragazzo che gli fece apparecchiare, da candidato alla Casa Bianca nel 2012, una cupa convention di estrema destra (a Tampa, l’unico simpatico era Clint Eastwood fuori di testa che parlava con le sedie). Gli ex repubblicani se lo aspettavano, e lo dicevano da prima.

Il Lincoln project
Racconta l’ex stratega repubblicano Rick Wilson che lui e gli altri transfughi del Lincoln Project – autori di eccellenti spot anti-Trump – si sono subito buttati a capire se la strategia trumpiana sulla Corte Suprema gli porterà nuovi voti. Hanno concluso che quasi tutti gli elettori per cui la guerra all’aborto e l’occupazione dei tribunali è fondamentale già lo votavano. E che la questione aborto porta a votare le donne tra i 18 e i 30 anni. E che la maggioranza degli “Obama-Trump voters” sono o neutrali o pro-aborto (Wilson e Molly Jong-Fast, figlia di Erica, parlano in The New Abnormal, un podcast consolante che fa abbastanza ridere).

Il complotto delle bionde
Alexandria Ocasio-Cortez, deputata newyorkese, è la più attiva a sinistra. Istanti dopo l’annuncio della morte di Ruth Bader Ginsburg ha condiviso un video in cui raccomanda di votare Biden, non perché si sia d’accordo con lui, ma «per far vivere la democrazia un altro giorno». Ora viene trollata da un’altra giovane speranza della politica americana, Marjorie Taylor Greene. Greene ha vinto una primaria in Georgia, verrà certamente eletta, crede nel complotto QAnon, nella cabala di politici e Vip che uccidono bambini, ne bevono il sangue e fanno base in una pizzeria di Washington, e vengono combattuti da Trump. Ieri ha twittato: «Da bionda, vorrei ringraziare AOC. Da sola è riuscita a mettere fine alle battute sulle bionde sceme», essendo, ipotizza, più scema lei. AOC le ha subito risposto che la capisce, che capisce il suo bisogno di criticarla per sentirsi meglio. E che “da sola” si scrive “single-handedly”, non “single handily” come ha scritto Greene (AOC è figlia di una colf, dopo l’università faceva la barman, non sarebbe inclusa in una ZTL di New York perché viene dal Bronx, e insomma l’ortografia non è elitista, è bene comune).

L’amico Putin
Secondo un recente accertamento della CIA rivelato ieri da alcuni media, Vladimir Putin si sta occupando personalmente della campagna di Trump. Putin e i suoi, secondo il rapporto, «sono al corrente e stanno probabilmente coordinando operazioni… dirette a denigrare Biden», a sostenere Trump e ad «alimentare discordie pubbliche». Nel rapporto si parla anche di Andrii Derkach, deputato ucraino filorusso che diffondeva false notizie sulla corruzione di Biden ed era in contatto con Rudy Giuliani (che ha dichiarato «a me che me ne frega»).

Florida Men
Michael Bloomberg vuole spendere 100 milioni di dollari per far vincere Biden in Florida (aveva speso quasi un miliardo per andare malissimo alle primarie, vabbé). E vuole usare 16 milioni per pagare multe tasse e risarcimenti ai cittadini della Florida con condanne penali definitive (un milione e 400 mila, quindi non lo farà per tutti). Avevano riacquisito il diritto di voto con un referendum (65 per cento di sì). Purtroppo i Florida Felons sono in maggioranza ispanici e neri, tendenti a votare democratico. E un tribunale ha deciso che per votare devono pagare tutto (uno dei giudici era Barbara Lagoa, una delle papabili di Trump alla Corte Suprema; sabato, il giorno dell’annuncio, Trump sarà in Florida; ma dicono preferisca la cristiana distopica Amy Coney Barrett, amata dalla destra religiosa).

Ostacoli postali
Un giudice federale in Wisconsin ha deciso che lo Stato deve contare le schede partite per posta entro il 3 novembre – giorno delle elezioni – e arrivate entro il 9 novembre. La stessa decisione era già stata presa da altri giudici in Michigan, Pennsylvania e Georgia. Finora gli stati consideravano valide solo le schede recapitate entro le 20 nell’Election Day. Questo vuol dire che: gli sforzi trumpiani del Postmaster General Louis DeJoy per rallentare il traffico postale potrebbero non servire, poi chissà. E poi che: in quattro stati in bilico fondamentali (insieme hanno 62 voti elettorali, per vincere ne servono 270) i risultati si sapranno una settimana dopo, probabilmente (in Michigan hanno chiesto schede per posta 2 milioni e 400 mila elettori, quattro anni fa erano 600 mila).

Le schede nude
Secondo il quotidiano Philadelphia Inquirer, potrebbero costare a Biden lo Stato e la presidenza. La settimana scorsa, la Corte Suprema della Pennsylvania ha ordinato agli scrutatori di scartare i “naked ballots”, le “schede nude” spedite senza la loro busta anonima da mettere nella busta più grande firmata dall’elettore. E ora fanno paura gli elettori pasticcioni. I democratici votano per posta molto più dei repubblicani che grazie a Trump non credono nel Covid. Trump, nel 2016, ha vinto lo stato per 44 mila voti.

Eugenio Trump
Il comizio è di venerdì scorso, ma mentre Trump parlava arrivava la notizia della morte di Ruth Bader Ginsburg, e pochi hanno analizzato le frasi del presidente. Che in Minnesota – Stato a maggioranza bianchissima, tedesca e scandinava – ha urlato: «Voi avete buoni geni, lo sapete, vero? Avete buoni geni. Molto dipende dai geni, non credete? Come coi cavalli da corsa. Avete buoni geni, in Minnesota». In caso qualcuno non avesse capito che stava facendo un discorso razzista, ha elogiato il generale Lee, capo delle forze schiaviste nella Guerra di secessione. Lincoln «veniva battuto un sacco di volte da Robert E. Lee… Vogliono tirare giù le sue statue… Lui avrebbe vinto tranne che per Gettysburg… Ha fatto cose incredibili». Eccetera.

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