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Il grande alpinismo al Trento Film Festival, dal ricordo di Cesare Maestri ai racconti di Nives Meroi e Romano Benet

TRENTO. Il Trento Film Festival è da anni un punto di riferimento per tutti gli appassionati di alpinismo e “terre alte”. Nonostante, con il tempo, la kermesse abbia spalancato le proprie braccia ad un'accezione più ampia dei due termini, la montagna e il suo scalarla trovano sempre un ruolo significativo all'interno degli eventi e delle iniziative proposte in occasione del festival.

In questa 69esima edizione, ecco allora l'ormai consueta assegnazione del Chiodo d'oro da parte della Sosat – Sezione Operaia della Società degli Alpinisti Tridentini, che quest'anno compie cent'anni. Il Chiodo d'oro è un premio dedicato a quegli alpinisti, un giovane e un veterano, che si sono distinti per aver svolto, con semplicità e rispetto dei valori umani e ambientali, la propria attività in montagna. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato quest'anno a Gianpaolo Depaoli, il cui alpinismo è strettamente legato alla sua terra, il Primiero, e a Filippo Crespi, giovane che invece dalla sua terra d'origine, Carpi, ha deciso di seguire la passione per le vette “emigrando” in Trentino, che diventa allora luogo d'adozione.

Di origini e adozioni si è poi parlato durante la serata del 6 maggio scorso, sesta e ultima di quelle “Dirette di montagna” condotte da Hervé Barmasse, che hanno sostituito quest'anno le ormai consuete serate alpinistiche. Nives Meroi e Romano Benet hanno infatti dialogato con la guida valdostana delle loro imprese, legate profondamente all'Himalaya e ai 14 Ottomila conquistati negli anni dalla coppia, partendo però sempre ed irrimediabilmente dalle Alpi Giulie, quel territorio spesso sottovalutato rispetto ad altre grandi catene alpine.

“La particolarità delle Alpi Giulie – afferma Romano – è che dal bosco esci direttamente sotto le pareti, le trovi in un momento, le scopri nel giro di pochi metri”. “Noi abitiamo proprio ai piedi della catena del Mangart – continua Nives – la nostra porta finestra si affaccia su quelle cime e per me svegliarmi al mattino, fare colazione da sola al tavolo, con una vista stupenda sull'umore della montagna, mi dà ristoro e mi fa sentire a casa”.

Sentirsi a casa è stata poi anche cifra distintiva di un altro, compianto, alpinista, ricordato dal Film Festival a pochi mesi dalla sua scomparsa. Si tratta di Cesare Maestri, il Ragno delle Dolomiti, protagonista di un andare in montagna che per definizione non poteva mai prescindere, appunto, dalle vette dolomitiche, scalate spesso in solitaria, con sporadiche, e a volte dolorose, incursioni all'estero, atte soprattutto a scoprire montagne e territori diversi oppure, come nel caso del tentativo allo Shisha Pangma, a portare messaggi di pace.

La scoperta di luoghi lontani e l'attaccamento ai luoghi natali è allora un fil rouge che anima non solo l'alpinismo protagonista di quest'edizione del Festival, ma il Festival stesso, che da Trento, città natale, si sposta ogni anno su destinazioni diverse, per dare spazio a culture spesso dimenticate.

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