Italy

“Io mi salvo da solo” che grande illusione

L’idea che hai dell’emergenza Covid-19 cambia a seconda del luogo in cui ti trovi. L’Italia non è colpita dalla pandemia in egual misura, dunque la prospettiva cambia a seconda che tu viva al Nord o al Sud. Cambia notevolmente. Così come le informazioni che ti raggiungono hanno un peso specifico diverso, vengono rielaborare, recepite e commentate in modo diverso. L’ascolto e il confronto sono fondamentali ora, non perché portano a comprendere cause o a prevedere effetti, ma per prepararsi, per seguire buone pratiche o per evitare errori, magari commessi in buona fede, ma che non hanno aiutato. In più, quello che oggi siamo chiamati a fare è dare fondo alle nostre conoscenze acquisite negli anni, e utilizzarle per tranquillizzarci, per razionalizzare, per riuscire ad accogliere tutte le informazioni senza farci prendere dal panico

Medici, scienziati, virologi, ricercatori ne sanno più di tutti, il resto sono parole dette o scritte per testimoniare, ecco: non dobbiamo permettere a queste parole di allarmarci, non dobbiamo perdere la consapevolezza che tutto questo finirà. E mentre aspettiamo, prepariamoci alla fatica della ricostruzione, sapendo però che lo faremo insieme.

Ancora diversa poi è l’idea che hai di ciò che sta accadendo, se osservi tutto da un Paese diverso dall’Italia che oggi è considerato, globalmente, tra i paesi più colpiti dalla pandemia e tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.

Nessuno ha ancora pienamente compreso perché l’Italia sia stata colpita con una tale violenza dal virus e dunque non esistono ricette, non esiste una strada da evitare o una da percorrere per sentirsi al sicuro, a parte, naturalmente, l’obbligo di stare in casa. Quel che è certo, però, è che l’isolamento, la capacità che ciascuno di noi ha di comprendere quanto vale il proprio senso di responsabilità, oggi è il primo atto da compiere. Poi verrà tutto il resto. Ed è un gesto tutto sommato semplice, eppure quanto ci sta costando…

A New York, dove mi trovo in questo momento, le cose sono illuminate da una luce diversa. Qui politici, nella sostanza abituati a una propaganda spinta fino alle estreme conseguenze, non hanno cambiato attitudine e questo ha reso le persone ancora più insicure dinnanzi a ciò che accadeva altrove e che presto sarebbe potuto accadere a casa propria. L’accaparramento di armi è stata la risposta più evidente a una incertezza che cresce, alla paura dei saccheggi, alla paura di scarsità di cibo, quasi si potesse davvero pensare mors tua vita mea. Presentare l’emergenza Covid-19 come una guerra che tutti insieme dobbiamo combattere è forse l’errore più madornale che si possa commettere. Ricreare scenari di guerra in un mondo, come quello Occidentale, che ormai della guerra non ha più alcun ricordo concreto è irresponsabile. In guerra manca tutto perché ciò che per primo viene distrutto sono le vie di comunicazione, bombardate per non far procedere il nemico. In guerra ciò che viene distrutto sono gli ospedali, per non dare tregua al nemico; ora, al contrario, gli ospedali vengono potenziati, ingranditi, ampliati. Non è guerra, è emergenza, è tragedia anche, ma non è guerra.

Chi oggi è ascoltato ha il dovere di invitare alla razionalità. E invitare alla razionalità significa dire come il “mi salvo da solo” di chi compra armi pensando di doverle usare sia un abominio, la strada più sbagliata da percorrere. Sempre, ma oggi di più.

La questione è che non ci si salva da soli, ma allo stesso tempo è difficile chiudere (se stessi in casa, attività, fabbriche) sapendo che non verrai aiutato… Ecco perché oggi tutti i Paesi devono ragionare in un’ottica di solidarietà: ci rialzeremo insieme solo se chi oggi sta subendo maggiori perdite, potrà contare sul sostegno dei Paesi meno colpiti. L’Italia si scopre più unita che mai, nel dolore sì, ma anche nell’aiuto. Se in un comune terminano i posti in terapia intensiva, si va in un altro comune, in un’altra regione, anche a centinaia di chilometri di distanza.

Io, per la mia esperienza di persona sotto scorta, in questi giorni ho ragionato molto su come ci si senta a stare chiusi senza poter uscire liberamente. Vivo una libertà ridotta dal 2006, ma la mia sensazione è sempre stata quella di me fermo mentre il mondo fuori continuava a muoversi, come se io fossi sempre in ritardo, come se mi stessi sempre perdendo qualcosa.

Oggi è tutto diverso, perché stare in casa, stare lontani gli uni dagli altri, non genera e non deve generare un senso di esclusione ma, al contrario, un forte, fortissimo senso di comunità.

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