Italy

L’addio a Ilario Sartor, ondata di commozione per l’oste della gente

PORDENONE. «Si tu pronta? Gastu ciolto tuto?».«Sì, Ilario».«Cossa te manca? Ciamo mi i dipendenti, eh».

Al timone, fino all’ultimo. La nave, “La Vecia Osteria del Moro”, stava per solcare nuovamente le onde della sua settimana preferita, quella di Pordenonelegge, con ospiti in arrivo da tutto il mondo.

Da un letto della medicina d’urgenza Ilario Sartor, insieme al telefonino, governava ancora il timone del suo locale. E lei, l’amata Solidea, che l’osteria la stava portando avanti per davvero, durante gli oltre due mesi di ricovero, glielo lasciava fare. Perché sapeva che per lui era tutto.

«Lo aspettavo a casa proprio giovedì, doveva essere dimesso – racconta –. Stavo prendendo confidenza con le istruzioni del letto e gli altri ausili, quando alle 16.05 mi chiamano dall’ospedale: “Venga subito”. “Il tempo di...”. “No, subito”. Ho chiamato Andrea (il primogenito, dipendente dell’Hotel Moderno) e Claudio, che era più lontano. Siamo entrati in quella stanza alle 16.15 e non aveva più fiato. Gli ho detto “Aspetta Claudio, Sartor”. Mi ha ascoltato e alle 17.38 ci ha lasciato».

Con loro, l’oste della Contrada ha lasciato anche la sua gente, le migliaia di volti noti e meno noti che nel suo locale trovavano pordenonesità, comprensione, chiacchiere discrete e delizie del territorio. Quel menù fatto di radicio, fasioi, orzo, trippe, pitina, sciosi, muset, eleganti presentazioni e sapori forti.

Una magia che prendeva forma ogni giorno sotto gli occhi della sua Solidea e del secondogenito Claudio, architetto, che ne ha proseguito il percorso in cucina e che ora affiancherà la madre in una ripartenza ancora da impostare. «Ma questa è casa – taglia corto Solidea – è qui che vengono a mangiare i miei nipoti quando escono da scuola. È questa, casa».

Tre sale e, per quasi 40 anni, parole e pietanze. Nutrimento per anime e corpi nobili e diseredati dal destino, potenti e vessati.

«Venivamo da Alvisopoli, Ilario e io. Ci siamo visti fuori da una chiesa e piaciuti subito». Era il 1971. Nel 1978 si sarebbero sposati. «Andrea aveva 2 anni, ricordo che Bruno Redivo, dal “Caffè Municipio”, ci vide dirigerci in Comune e cominciò a gridare “Sposi! Sposi! Sposi!”. Celebrò l’allora sindaco Rossi. Poi? Ilario tornò al lavoro e io a casa col bimbo. Nel 1976, dopo esperienze stagionali a Cortina l’inverno e in Sardegna l’estate, aprimmo il Pn bar, in viale Cossetti. Nel 1982 nacque Claudio e il 30 giugno 1983 cominciammo il nostro percorso in osteria».

Tre anni fa le prime difficoltà respiratorie, dopo una broncopolmonite. L’ossigeno in ospedale e poi h24 a casa, la bomboletta portata anche in bicicletta. «Ma lui amava la Vespa, non la bici – lo “rivede” Solidea –. L’ho preparato per l’ultimo viaggio con le sue bretelle, il gilet e la spilletta del Vespa club. Non in evidenza, eh, magari sotto il cuscino. L’importante è che ci sia».

Ilario e i suoi polmoni avevano dato tutto. La vecchiaia «che avrebbe voluto vivere nella casa delle vacanze a Noto» è rimasta un sogno. I ricordi lasciati nei cuori della sua gente, invece, una realtà.

Per chi volesse salutarlo un’ultima volta lunedì 27 settembre, alle 10, in duomo, sarà celebrato il funerale. Nella stessa chiesa, all’ombra del suo campanile, oggi alle 17.30 sarà recitato il rosario.

Ciao, Ilario. E grazie di tutto.

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