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L’inadeguatezza e la sofferenza, le nevrosi di tutti nel noir di Bizzarri. L’intervista

Genova – Il primo libro di Luca Bizzarri è una divertente black novel che racconta la folle notte di due poliziotti. Sono alle prese con un enorme senegalese che prende a calci una porta: vuole farsi arrestare. Ma loro non intendono far tardi e cercano di liberarsene senza portarlo in cella. Una storia di paradossi, eppure molto reale. Travolta dalle nevrosi dei protagonisti e dalle ferite di una città difficile, di vite sradicate, di affari loschi. Con uno sguardo alle malattie di oggi: la cecità di fronte alla massa di esseri umani in fuga, la foga del circo mediatico pubblico e privato, le esistenze fragili delle persone “normali”.

Bizzarri, il suo “Disturbo della pubblica quiete” è un ritratto crudo e innamorato della Genova più nascosta. Anche se non la nomina mai.



«Sì. Un genovese se ne accorge subito. Ma potrebbe essere una qualsiasi città di mare e di porto, incrocio di storie e culture. Di vite reali».

Non è un giallo.

«Forse no. Perché la morte arriva in fondo e l’assassino si scopre subito. Mi dicono sia un noir, leggero».

I personaggi sono tutti sovrastati da ombre fastidiose.

«Tutti hanno una parte oscura. Tentano di nasconderla, ma non ci riescono. Hanno un background simile, di sofferenze. Qualcosa che li accompagna nella vita di ogni giorno e che non ha nulla a che fare con il loro lavoro, la nazionalità, il colore della pelle».

Le loro storie raccontano di inadeguatezze, di sepolcri imbiancati.

«I due poliziotti sono schiavi di quella forma molto borghese, non solo italiana, di cercare di rimandare sempre tutto. Hanno in mano una vicenda complicata e cercano di non affrontarla, di lasciarla ai colleghi del turno dopo. Questo atteggiamento pervade tutti».

Anche Mamadou, il senegalese enorme, rinvia i problemi, fino a pagarne le estreme conseguenze. Ma la sua è una storia nella storia, quella dell’immigrazione.

«Volevo raccontare una storia che ho conosciuto, di un ragazzone che vendeva sigarette di contrabbando in via XX Settembre negli Anni ’90 e che ho frequentato a lungo. Così ho scritto dei ragazzi africani che vendono occhiali e asciugamani in spiaggia, dei treni pieni dei loro sacchi, di quella puzza che abbiamo annusato in prima persona. Difficoltà vere, di persone in mezzo a noi che fanno fatica a vivere».

In un improvviso ribaltamento narrativo, Mamadou diventa sociologo. Il mare che è uno solo e quindi non può essere frontiera. E le persone che innanzitutto provano a non morire.

«Ma è quella la condizione di chi arriva: cercare di salvare la pelle ogni giorno. Un concetto banale, che spesso dimentichiamo. Come dimentichiamo che i confini sono invenzioni dell’uomo. Ho dato voce a un ragazzo sfinito dalla sua avventura, al punto di sono sapere più quale sia casa sua».

Via XX, gli Anni Novanta… In effetti questa storia sembra ambientata nei primissimi anni Novanta. C’è anche la storia di strada di Bizzarri.

«Sì, potrebbe essere di una trentina d’anni fa. Ed è frutto di un percorso naturale, una storia che mi girava in testa da sempre, che un paio d’anni fa ho cominciato a scrivere senza sapere bene dove mi avrebbe portato. C’erano storie che avevo visto e sentito, storie vere e qualcuna inventata. Ma non avevano un finale».

Uno scrittore dovrebbe seguire una scaletta e regolare i personaggi fin dall’inizio.

«Confesso: non ho fatto così. Prima ho buttato giù tutto a casaccio, sviluppando le storie che avevo in testa. Poi ho messo ordine. Anche Mamadou che prende a calci una porta per farsi arrestare: mi era stata raccontata da un amico poliziotto. Una persona che fa un atto di violenza, ma con timidezza, che non sa bene cosa deve fare per finire in cella, che non sa che non basta prendere a calci una porta».

“Disturbo della pubblica quiete” ha diversi colpi di scena. Uno riguarda il tatuaggio dell’ispettore. Così temuto e rispettato e poi…

«L’ispettore Pieve racconta di quegli uomini che sembrano tutti d’un pezzo e invece sono travolti dall’ossessione di farsi apprezzare dalle persone che hanno attorno. Così da rispettato diventa vessato, ma è un’auto-vessazione. Espressione di una sofferenza che va oltre le storie apparenti».

Nel suo noir ci sono anche matti veri. Come la prostituta che schiaffeggia i clienti.

«Qui ho messo molta immaginazione, ma il fatto che alcuni clienti pagassero in buoni pasto del Comune no: quello è vero. Non escludo che anche altro possa essere vero».

In questo filone di verità c’è anche il finale, che non è affatto scontato.

«C’è soprattutto molta amarezza: risponde all’inadeguatezza e alle sofferenze dei personaggi. Ho ragionato molto su come potevo chiudere la storia e questa mi è parsa la più onesta. Non ci sono né vinti né vincitori, buoni o cattivi. Succedono cose terribili ma ciascuno cerca la sua autoassoluzione, la sua via d’uscita. Nessuno pensa di essere un mostro, ognuno ha la sua giustificazione, eppure tutti pagano».

Nascoste nel racconto ci sono importanti citazioni.

«De André emerge due volte, mi sembrava doveroso».

Il G8: i piercing strappati.

«Perché la notte di Bolzaneto resta appiccicata addosso».

Ponte Morandi.

«Stavo scrivendo, quel giorno, ma dopo il crollo mi sono fermato tre mesi. Non avevo la forza, scrivere quel passaggio è stato automatico».

Maria la zozza.

«Sì. Ma Maria che buttava i soldi nella spazzatura è la storia vera di un'altra persona».

Il Genoa.

«Si parla di sofferenza... ».

In chiusura, deve decidersi sui gusti. Biscotti bucaneve o la micidiale chartreuse?

«Sui bucaneve nulla da dire. La chartreuse mi ricorda una bevuta imposta dal personaggio vero cui si ispira il barista del mio racconto. Ero già provato, ma dopo quei bicchieri volevo solo morire». 


 

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