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L'invettiva di Roberto Saviano: «Ecco perché l’Italia grida»

L'invettiva di Roberto Saviano: «Ecco perché l’Italia grida»
Sono i giorni italiani dell’ira. Di rabbia, di protesta, di grida nelle piazze di antichi professionisti e di giovanissimi sconosciuti. Roberto Saviano prova a decifrarne il codice. Avevamo in programma di vederci per parlare del suo nuovo libro, una lunga lettera indirizzata a un ragazzo che frequenta il liceo Diaz di Caserta, che si chiama Roberto, l’alter ego dello scrittore, se stesso, «coi lunghi capelli ramati - dove sono finiti, maledizione, quei capelli?». Una mappa per non perdersi, una cartina, una bussola tra personaggi, parole, storie. «Volevo intitolarlo “Manuale per non diventare stronzi”». I siti e i giornali ci rimandano al fuoco per le strade, il discorso va subito su quanto sta succedendo, e viene fuori una conversazione intima, sincera, senza muri o pudori: «Ti confesso una cosa: sono stanco della retorica sulle bellezze del nostro Paese e sulla sanità pubblica che ce la invidia tutto il mondo, perché non è vero. E sono stanco anche di una sinistra che si rintana dentro i buoni modi, la buona educazione, la gentilezza. Io invito a gridare contro tutto questo».

Non ti sembra che in Italia ci sia già abbastanza gente che grida? In tv e ora nelle piazze, contro le chiusure decise dal governo?
«Sapevo che scegliere come titolo di un libro “Gridalo” era scivoloso. Il grido non è soltanto lotta o rivolta, può essere anche un vaffanculo, un grido della disperazione o dell’orgasmo, tu scegli cosa gridare. Gridare significa prendere parte. Grido dunque sono, lo scrisse il cubano Reinaldo Arenas. Ma quando la parola diventa martello non riesci neppure a svuotare la tua rabbia».

Tu di recente hai mandato “a cagare”, cito, il segretario del Pd, però.
«L’ho fatto perché non basta più rintanarci dentro i buoni modi, la buona educazione. Basta con le prediche contro l’odio. Io, per esempio, sento di odiare tantissimo. Devo disciplinarmi per non far emergere in pubblico un odio che provo in modo assoluto».

Chi odi?
«Io odio chi mi ha fatto del male. Odio quelli che stanno dalla mia parte ma poi mi pugnalano alle spalle perché mi detestano. Li odio profondamente, personalmente. Devo lavorare per andare oltre, perché questo odio mi delegittima, corrompe le mie parole e il mio impegno, corrode me stesso. Ma non credo la strada da seguire sia la gentilezza. È ora dire basta: basta con il mondo mediatico che ospita il peggio, con giornali che hanno fatto cose ignobili, dossieraggio e istigazione al razzismo, che hanno perso qualsiasi autorevolezza ma vengono tenuti al tavolo perché deve esserci tutto, anche la quota della merda».

Non sono questi i giorni della gentilezza. Si sta gridando in quasi tutte le città italiane, a partire da Napoli. Si sfasciano le vetrine, si aggrediscono i giornalisti.
«È una rivolta arrivata in ritardo. La gente ha pensato che la pandemia fosse finita, si è scatenata la rabbia quando si è visto che non era così e ora i soldi mancano, i locali chiudono, il lavoro nero diventa l’unico possibile. Napoli è stato l’inizio, come al solito, ma ora le manifestazioni si sono spostate nelle altre città italiane. E sono pronte a scoppiare le banlieues in Francia, Spagna, Inghilterra».

Cosa vedi in queste piazze?
«C’è una parte violenta che è abituata a vivere di disagio. Gli ultras, i disoccupati organizzati, gente che vuole l’obolo. Ma anche tantissime persone che sono disperate. I commercianti che hanno messo i locali a norma. I soldi che mancano sono l’ossessione. E i ragazzi sottosopra che non capiscono come mai siamo di nuovo qui. Anche i saccheggi di Torino e Milano sono componenti di una rabbia generalizzata in cui poi si inserisce chi è abituato agli scontri».

Abbiamo scritto per anni che la società italiana era anestetizzata e che il vulcano sociale non esplodeva. Ora invece scopriamo che non si vedeva l’ora di andare in piazza a spaccare tutto: è una nostra schizofrenia interpretativa?
«Chi vive oggi il disagio non va neppure in piazza, è soltanto disperato. L’usura è a livelli impressionanti, le mafie diventano i protettori che mediano con l’usuraio. Questa seconda ondata non è una sventura inaspettata. Nel momento di tregua bisognava pensare a risorse, strumenti, flussi, sui trasporti e nelle scuole. Anche i teatri e i cinema sono stati messi in sicurezza e poi chiusi. Franceschini ha detto una frase terribile: non vi rendete conto della gravità della situazione. No, Franceschini, sei tu che non ti rendi conto che la gente si sente presa per il culo! La politica ha vissuto di speranza, il virus è finito, e non ha organizzato nulla perché si sarebbe creato molto disagio e poco consenso».

In primavera il nemico invisibile di tutti era il virus, oggi sono i poliziotti, i giornalisti, ma anche il vicino, quello che fa il tampone o che riceve il sussidio e io no.
«Carl Schmitt ti racconta che puoi governare solo quando metti tutti contro e ti fai garante, quando fai sì che il potere difenda da un nemico. Mi sono chiesto perché Assad e Putin possano godere di simpatie in Occidente e mi sono risposto che nella disperazione finisci per appoggiare qualunque cosa superi il tuo quotidiano. Odio l’esperto che non mi aiuta. Odio la democrazia che non mi ha dato nulla».

Schmitt parla di stato di eccezione che, scrivi, «per un politico è come il miracolo per chi crede». Mai avremmo pensato in un regime democratico di ritrovarci nello stato di eccezione provocato dal Covid, con i decreti ministeriali che codificano gli aspetti più minuti delle nostre vite.
«Nell’eccezione si osserva la dinamica del potere nella sua nudità. In questo stato di eccezione, in realtà, c’è anche un commissario incompetente, ministri fragilissimi, l’assenza di soldi. All’inizio c’è stato un serrarsi intorno al premier perché cercavamo un capo che volesse salvarci, proteggerci. Conte si era trovato nella condizione di chiudere ed è stato sufficiente per riconoscerlo come una giusta guida. Ora comincia a sentirsi la mancanza di autorevolezza. E sarà molto difficile per il governo non pagare le conseguenze di questa incompetenza».

Il potere può dire la verità ai governati?
«È stato Goebbels a dire che la verità non è sopportabile. Il popolo vuole vivere, se gli dai la verità non vorrà più farlo. Devi proteggere il popolo dalla verità e dare una lettura delle cose per sollevarlo da questa fatica. Per Goebbels lo faceva il partito nazista, oggi lo fa l’algoritmo che non è mai neutrale ma è un’idea politica scritta matematicamente, come ha scritto Cathy O’ Neil».

Nel libro parli di Anna Politkovskaja, che prima di essere uccisa fu delegittimata con insinuazioni di tipo privato. È il percorso del potere: mandare in frantumi una vita. Scrivi: il web è vorace, è una sabbia mobile. E la cronaca scandalistica è «vita compressa».
«Se vuoi fermare qualsiasi posizione politica la prima cosa è delegittimare la persona. La Cia metteva i microfoni nelle stanze di albergo dove dormiva Martin Luther King e faceva ascoltare alla moglie Coretta i suoi ansimi con altre donne. Quando a sinistra viene pretesa la purezza, l’assoluta morale, i difetti, le contraddizioni, i vizi distruggono l’intera tua moralità. Trump è un presidente che ha avuto rapporti provati con la mafia e ha negato il covid, ma non ha subito il trattamento ricevuto da Clinton con Monica Lewinsky. Il gossip non è innocenza, è squadrismo».

Parli anche di te stesso?
«Io ho due fortune: sono sempre accompagnato da altre persone. E il mio passato da scandagliare è molto poco perché sono emerso da giovane. Nonostante questo, per anni hanno intervistato persone vicine a me, sono andati a prendere le lettere che scrivevo ai giornali quando avevo sedici anni. All’inizio le leggende su di me mi mettevano paura, poi ho capito che non potevo starci dietro. È il meccanismo che si aziona verso chiunque mette la sua notorietà al servizio di un progetto di cambiamento. Il bene è sospetto. Dovremmo rifondare un modo di raccontare tenendo fuori il gossip, lo spiare dalla serratura. Dire che l’intimo di una persona mi interessa, il privato no. Il privato è sempre estorsione. Negli anni ’60 la destra era sessuofobica e la sinistra libertina, adesso è il contrario».

Abbiamo le carte in regola per dirlo? Penso a Berlusconi, inchiodato alla sua vita sessuale dalla sinistra. E oggi a Trump. Invece di essere contestati sulla loro politica pessima.
«Forse il gioco è stato mostrare una vita così inaffidabile da rendere inaffidabile il loro operato politico. Non ha funzionato, per molte ragioni. Innanzitutto perché la loro inaffidabilità privata la proclamavano. E poi perché nel privato delle persone tutto si consuma, il gossip oggi funziona e domani viene dimenticato. E intanto non racconti un orizzonte politico, una convivenza con il peggio».

È stato ucciso 45 anni fa, per il suo tempo Pasolini era l’intellettuale che gettava il corpo nella lotta. Tu scrivi: dire verità e giustizia non è un atto narcisistico. Di nuovo stai parlando anche di te?
«Dopo la morte Pasolini è stato santificato da tutti, ma da vivo era odiatissimo anche dai colleghi. Si teneva lontano dalle edicole per non vedere associato il suo nome a titoli cubitali a azioni abiette. Ma all’epoca lo attaccavano giornali che vedevi se li compravi, oggi la delegittimazione è indirizzata a chi ti sostiene, punta a metterti contro chi è con te. Oggi testimoniare è pericolosissimo. È la storia di Khashoggi e di Daphne Caruana. Chi testimonia non si candida e non diventa ministro o senatore, ma resta solo. Una settimana fa in tribunale al processo per le minacce dei Casalesi io ero da solo, a parte la Federazione nazionale della stampa. Non c’erano colleghi, non c’è stata nessuna presa di posizione».

Per anni si è detto che saresti entrato in politica. Con altri partiti, con un tuo partito, perfino da candidato premier.
«Vero. Persone che mi volevano bene mi chiedevano di candidarmi: vai alla Camera o al Parlamento europeo».

Perché hai rifiutato?
«Perché la mia testimonianza non poteva declinarsi in quel modo. È un modo nobile, ma non sopporto chi lo fa per poi uscirne come se non fosse accaduto nulla».

Tu hai gettato il tuo corpo nella lotta. Il tuo corpo protetto, il tuo corpo scortato, ma anche la fisicità dei tuoi interventi per chi ti ha seguito dal vivo o in televisione. Al tempo stesso è un corpo prigioniero che non può andare in persona a vedere le cose. Quanto ti manca non andare in una piazza oggi a vedere che succede?
«Non posso andare, diventerei non l’occhio che racconta ma l’oggetto della notizia. C’è stato un tempo in cui sono stato simbolo di un sud diverso, di persone che si identificavano in un progetto di resistenza. Da tempo sono soprattutto un bersaglio. Io ho perso la possibilità di considerare il mio corpo libero, anche quando sono solo con me stesso. Non vado al mare non solo per condizioni di sicurezza, ma perché non sopporterei che qualcuno scrivesse che lo faccio con la scorta a spese dello Stato».

In mezzo alle grida c’è l’eco di quello che non si può dire. Nella parola, nella scrittura resta la parola sottratta. Tu scrivi: per me è impronunciabile la luce, voglio raccontare l’ombra.
«Guarderò sempre l’ombra perché questo è il compito di chi racconta. Guardare le ferite per guarirle, sapendo che sarai accusato di aver creato tu le ferite che hai illuminato. Questo grido è scritto con il mio corpo. Una cosa è denunciare, un’altra è testimoniare. Denunciare è affidare alle parole il compito di lasciare traccia. Testimoniare significa che sul tuo corpo cadrà la responsabilità di quello che dici e che fai. Come Emile Zola, per difendere Dreyfus mise il suo corpo a garanzia di una persona che neppure stimava ma era un innocente e distrusse la sua vita. Perse tutto per testimoniare. Testimoniare è prendere parte, stare in strada. E anche sbagliare».

Dove sono finiti, maledizione, i tuoi capelli?
«Mi hanno abituato fin da giovane a misurarmi con qualcosa che perdevo... alla fine resisto per appartenere. È molto facile essere ribelli quando si ha un grande consenso. Io non l’ho avuto, ho sentito vicinanza ma i guai sono stati moltissimi. Quando lotto sento che sono io. E che forse ha avuto senso pagare quel che ho pagato».

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