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La strage di Linate: un "arrivederci" nella nebbia. Poi il disastro "da manuale"

Sono appena scoccate le 8 del mattino sulla pista principale dell’aeroscalo milanese di Linate, quando un volo di linea operato dalla compagnia scandinava Sas, in procinto di decollare, incontra sulla sua strada un jet privato diretto a Parigi.

La 36R, pista di decollo e atterraggio del piccolo aeroporto intitolato al pioniere dell’aviazione Forlanini - che pure è ben noto nel Paese per essere lo scalo più vicino alla “seconda capitale" italiana - è completamente avvolta nella nebbia. La visibilità è estremamente ridotta. Non si vede più in là di un centinaio di metri. A causa delle condizioni meteorologiche decisamente avverse, il McDonnell Douglas Md-87 della compagnia scandinava, volo Sk686, ha ricevuto il permesso al decollo con ben 41 minuti di ritardo. È diretto a Copenaghen. A bordo sono 110 anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio. In attesa sul piazzale nord, alle 7.54 riceve dalle torre di controllo l'autorizzazione al rullaggio fino al punto d’attesa "Cat 3". Non sa che è in prossimità di un pericoloso raccordo, che si rivelerà fatale.

Poco distante, sul piazzale ovest, il piccolo Cessna Citation CJ2 con a bordo due membri d’equipaggio e due passeggeri, uno dei quali è Luca Fossati, noto industriale italiano, ha ricevuto per parte sua un nuovo “orario calcolato di decollo”, posticipato dalle 07.45 (dieci minuti dopo il decollo dell’Md-87) alle 08.19. Solo tre minuti di scarto dall'orario di decollo fissato per il volo della Scandinavian Airlines. Che sulle frequenze radio viene rinominato Scandinavian 686, e allo scoccare delle 8 del mattino riceve un “arrivederci” via radio dalla torre.

Alle 08.01 Scandinavian 686 è in prossimità della pista principale di decollo con il muso rivolto a Nord. Mentre nel piazzale ovest, le comunicazioni tra il jet privato e la torre rilevano una piccola incongruenza, che tuttavia non darà luogo a ulteriori controlli, notifiche e nuovi ordini. Il pilota del Cessna, rinominato DeltaVictoryXray, riceve l’autorizzazione al rullaggio verso il piazzale nord, per poi seguire lo stesso allineamento che sta seguendo Scandinavian 686. Ma invece di imboccare il raccordo R5 - tratto in inganno dalla nebbia e dalle indicazioni dipinte sull’asfalto che risulteranno essere fuori norma - imbocca il raccordo R6, che porta dritto in mezzo alla pista di decollo in direzione sud. Sarà un errore fatale.

In assenza di nuove comunicazioni, riferimenti visibili sul territorio per via della nebbia fitta, o indicazioni utili sulla pista, il pilota del jet privato non ha alcun modo di accorgersi dell’errore appena commesso, mentre si dirige dritto e in direzione contraria verso il volo di linea, che ormai si prepara a impostare la velocità di decisione V1. Scandinavian 686 è allineato sulla pista e inizia la sua corsa di decollo, quando si ritrova davanti il Cessna che è entrato sulla 36R in direzione opposta.

Sono ormai le 08.10. Il volo scandinavo è con il muso già alzato e in procinto di staccarsi dal suolo, quando impatta a una velocità 146 nodi (circa 270 chilometri orari), con il piccolo jet privato - che si spezza in tre tronconi e uccide sul colpo piloti e passeggeri - facendogli perdere uno dei due motori, il destro, e la gamba destra del carrello principale.

A questo punto c’è solo una cosa da fare, a quella velocità, con i serbatoi pieni, in corsa di decollo sulla pista. Dare manetta al massimo, superate velocità di rotazione e cercare di portarsi in quota a ogni costo per svuotare i serbatoi e ricalcolare tutte le opzioni per tentare di riportare al sicuro i passeggeri. Scandinavian 686 riesce a decollare ma non a prendere quota come sperava. Vola per pochi secondi, ad appena dodici metri dal suolo. Poi il calo di potenza, causato dalla completa perdita del motore destro e dell’assenza di spinta di quello restante, che ha risucchiato alcuni detriti del Cessna, lo riporta precipitosamente a terra.

Poggiando su un carrello solo e sull’ala destra che struscia sul terreno in assenza del sostegno perso nella collisione, l’unica chance è quella di portare la manetta al minimo, attivare gli inversori di spinta e i freni, per tentare disperatamente di governare a terra, in attesa che i 45 metri della carlinga con un apertura alare di trentacinque ancora saldamente attaccata, perdano velocità e facciano fermare quel che resta dell’aereo in mezzo alla pista. In attesa delle squadre di soccorso. Tutto questo si rivela impossibile. Il sistema idraulico è rimasto così danneggiato nell’impatto che l’aereo risulterà ingovernabile. A una velocità di 250 chilometri orari, l’Md-87 scivola sulla via de fuga e finisce per schiantarsi su edificio adibito a deposito bagagli. Non ci sarà nessuno superstite a bordo. L’incendio provocato dallo schianto mieterà altre quattro vittime nel personale di terra che era impiegato nell’edificio. Se ne salverà un quinto, gravemente ustionato.

È il più grave incidente aereo mai verificatosi in Italia e la seconda collisione a terra tra due aerei con più vittime della storia, dopo il disastro di Tenerife del ‘77. La causa non sarà difficile da indagare: una catena di errori umani che ha provocato la morte di 118 persone. Errori da parte dei piloti del Cessna, dell’operatore della torre di controllo e di coloro che hanno applicato una segnaletica inadeguata in uno scalo aereo tanto trafficato come era Linate.

La sequenza di manovre eseguita dal comandante svedese Joakim Gustafsson, pilota del volo Scandinavian 686, verrà invece giudicata in seguito talmente appropriata da venir inserita nei manuali tecnici della compagnia aerea che suggeriscono le procedure da seguire in caso di collisione a terra.

L'anno seguente, in ricordo delle vittime di quel tragico 8 ottobre 2001, nel Parco Forlanini, adiacente l'aeroporto, verranno piantanti 118 piccoli faggi. Che oggi ancora prosperano in memoria delle vittime.

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