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Le bandierine sulla pandemia che sventolano solo sul passato

Ci sono segnali incoraggianti di un ritorno graduale alla normalità. La campagna per le vaccinazioni si sta rivelando un successo, nonostante la confusione e i timori per le varianti e qualche sbavatura di troppo nella comunicazione scientifica. In fondo, l’annuncio del lasciapassare digitale per i vaccinati entro poche settimane è una sorta di scommessa sulla capacità di tenere sotto controllo la pandemia. Quella che non cambia è la propaganda dei partiti sul Covid. Ognuno continua a sventolare le proprie bandiere come se fossimo ancora a gennaio.

Anche sul coronavirus le forze politiche faticano a staccarsi dalle posizioni iniziali: per quanto ormai ridimensionate dai fatti. E questo ne sottolinea ancora di più la strumentalità. Così, il M5 fatica ad ammettere la cesura tra l’azione del governo di Giuseppe Conte e l’attuale sui vaccini: sebbene sia vero il contrario. «Gradualità e rigore ci hanno consentito di arrivare fino a qui. Non certo la propaganda». D’altronde, il governo guidato dal Movimento si è legittimato su quella linea: al punto da insinuare negli avversari il sospetto che l’emergenza fosse una sorta di assicurazione sulla sua durata.

Una parte dei grillini non smette, dunque, di richiamarsi a quell’esperienza: forse anche per sminuire la portata dei risultati ottenuti da Mario Draghi. E questo nonostante l’atteggiamento più aperto dei ministri Cinque Stelle, allineati con Palazzo Chigi. La Lega soffre di una sindrome simmetrica e opposta. Non passa giorno senza che invochi aperture indiscriminate, contatti senza mascherine, fine dei controlli: quasi si trovasse all’opposizione del governo tra M5S e Pd, e non fosse parte della maggioranza.

Quanto al Pd, oscilla in una posizione mediana, tra le spinte di governatori e sindaci dem, che subiscono le pressioni del mondo economico a riaprire, e puntano a distinguersi dal governo nazionale; e la sintonia di alcuni settori con i Cinque Stelle, in polemica con la Lega salviniana. Il risultato è che le forze politiche rischiano di offrire un'immagine stantia; di apparire subalterne fin quasi a sfiorare l’irrilevanza, nel momento in cui le decisioni vengono prese dal governo d’intesa con la comunità scientifica.

Quando il ministro del Lavoro, il dem Andrea Orlando, ammette: «Non possiamo decidere né io né Salvini le limitazioni. Lo dobbiamo fare sulla base dei numeri», dice una verità che prende atto della nuova fase. Ma fa apparire ancora più stucchevoli le uscite dei leader che cercano di piantare le loro bandierine.
A guardare bene, è un altro riflesso del passato che si protrae per inerzia. E pone l’ennesimo problema di ricostruzione di un’identità per quando la pandemia, come si spera, sarà solo un terribile ricordo.

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