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Mal di testa, emicrania, cefalea: cronaca di una patologia a tanti sconosciuta

Cronaca di una patologia per fortuna a tanti sconosciuta e che io ancora oggi, nonostante ne soffra sin da piccola, non so definire: mal di testa, emicrania, cefalea. E poi: a grappolo, con aura, senza e così via. Cervicale sì, no, forse. Che volete che vi dica: le definizioni non servono quando si conosce molto bene il tunnel nel quale si viene inviluppati, il più delle volte riconoscendone l’imbocco, assaliti da una irrefrenabile sonnolenza.

Il dolore che pulsa su un sopracciglio, alle tempie, in mezzo agli occhi, nelle orbite e ti infiamma e scalda tutto il cranio. Il senso di nausea che negli ultimi anni ho saputo governare per non arrivare alla fine ma a volte, come ieri, sfocia nell’epilogo che ti distrugge lo stomaco fino al giorno successivo e che mi riporta a quando da bambina questo succedeva spessissimo, tanto da non permettermi di assimilare il cibo rimanendo perciò infinitamente esile, e rivedo mio padre con la sua mano sulla mia fronte mentre io piegata lasciavo sfogare l’apice del mio male, che si placava un poco, per poi ricominciare. E così è successo dopo il primo esame all’Università, sola a una fermata dell’autobus a Bologna, o dopo un concerto importante con i Nidi d’Arac in Sicilia, di spalla a Eugenio Bennato, quando a tenermi compagnia durante i momenti più tragici furono degli angeli sconosciuti, così dopo uno dei miei primi turni in sala di registrazione con il gruppo romano Radici nel Cemento.

I sensi diventano più attenti agli odori, che risultano sempre sgradevoli, e alle luci, che sono sempre troppo forti. Diventa impossibile addormentarsi pur avendo bisogno di riposare, perseguitati da pensieri ripetitivi che non si riesce a scacciare e che intensificano la nausea, dal vissuto fastidioso del giorno precedente, dalla proiezione lisergica di momenti stressanti sullo schermo buio di questa insonnia forzata fino a che si cade finalmente, sfiniti, in un sonno ristoratore, per poi ricominciare spesso a soffrire al risveglio.

Quanti giorni di scuola persi, assente anche quando stavo meglio, per non aver potuto studiare senza più il coraggio di giustificarmi. Quanto tempo sottratto alle quotidiane occupazioni e quante cose fatte tirando al meglio con inerzia e difficoltà di concentrazione. Quante cene e appuntamenti con gli amici saltati, quanti momenti vissuti da straccio, perché stracci si diventa, con il volto livido e gli occhi infossati e piccoli.

Elettroencefalogramma, radiografia del cranio e visite neurologiche varie. Nulla di rilevante.

Quante attenzioni si cerca di avere verso se stessi, e quante incomprensioni con chi non può capire tutto questo ingiustificato riguardo, il vento può far male, gli sforzi pure, attenzione casomai le mandorle, la cioccolata… Ma dopo una vita in tale convivenza forzata, e dopo aver associato l’assiduità alla scuola prima, agli esami universitari poi, ai concerti ancora dopo, e alle esposizioni artistiche ora, oltre a qualche paura, qualche dispiacere, qualche pensiero, qualche discussione, qualche scossone emotivo pure positivo; e soprattutto dopo aver constatato che lo stesso vento, le stesse mandorle e la stessa cioccolata fanno un baffo d’estate quando si è in vacanza, ho capito quanto riesca a pesare la testa, quanto si possa essere vittime di se stessi, dei propri pensieri, delle ossessioni, del perfezionismo, dell’iperattività, delle manie, delle paure, delle ansie.

Quando una di queste che chiamo crisi finalmente comincia a rarefarsi, si prova un senso di felicità estrema, senza alcun motivo se non quello di stare bene, con la paura che torni, perché tanto tornerà. E purtroppo la frequenza può essere tale da alterare la qualità delle proprie giornate rendendone anche difficile la programmazione.

Insomma ieri mi ero svegliata già malissimo, tornata a casa la sera precedente da un’altra giornata espositiva con una nausea che mi aveva impedito di mangiare e di dormire se non per poche ore. Dovevo andare abbastanza lontano da casa, e così ho fatto. Parola data, impegno preso, si va. A digiuno per 18 ore, distrutta dopo essere dovuta correre in un bagno chimico per dare sfogo al mio stomaco contratto e centrifugato, accasciata sulla mia seggiola e in lacrime per lo sconforto, impossibilitata a quel punto anche a poter tornare a casa, ho stretto i denti e atteso, fino a che piano piano ho cominciato almeno a stare un po’ meglio da poter rispondere alle domande di chi si fermava ai cavalletti e soprattutto poter ricaricare tutto in macchina la sera per tornare a casa.

Da ragazzina per un certo periodo alle medie mi imbottivo di gocce che a poco servivano, poi ho provato qualche altro analgesico che non ha funzionato quasi mai e non voglio ricorrere ancora a cure farmacologiche ‘spinte’, avendone paura. Non chiedetemi perché ieri, ad esempio, non sono rimasta a casa. Io sono ottusamente vittima del senso del dovere e soprattutto faccio fatica ad arrendermi. Perciò ieri sera ero felice di non aver perso una bella giornata per poter mostrare i miei lavori e mi sentivo l’eroina che ha vinto almeno una battaglia.

Si dice che quando si sta male è inutile lamentarsi, perché a nessuno interessa come stiamo. E invece io mi accorgo che, nonostante sia stanca di dover confessare a chi mi sta vicino di stare male così spesso, quando mi assale il dolore forte cerco aiuto, torno quella bambina che ha bisogno della mano sulla fronte, di una parola di conforto che i miei genitori non mi hanno mai negato, comprendendo a fondo quanta sofferenza si possa provare per un male così comune e diffuso, ma spesso poco riconosciuto nella sua estesa forza invalidante.

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