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Maradona e Villa Fiorito, dove è nato e non lo piangono più: una culla che è una striscia di rabbia e di miseria

Il re è morto, abbasso il re. Nella Repubblica Indipendente di Villa Fiorito l’unica libertà è andarsene, l’unica egualità è la povertà, l’unica fraternità è la gang. E l’unico murale dedicato a re Maradona è scontato, pittato secoli fa sulla casetta natale al 523 di strada Azamor, zona di Lanus: la testa capelluta che riempie il cortiletto, dove il divino mosse i primi piedini, i tifosi pellegrini che addobbano il cancello di cuoricini («la tua vecchia scuola Ep63») e fotomontaggi («nessuno ti eguaglierà») e magliette blu col 5 del Boca de Fiorito. Un santuario alla bell’e buona ad uso tifosi, in un deserto che non ha nemmeno la sua degna cattedrale. Non ci sono striscioni per le vie del quartiere, bandiere a lutto alle finestre, spray commossi sui muri scalcinati, qui l’Argentina non piange come all’Obelisco, a Rosario, negli studi tv. Nada de nada.

C’è un certo Cristian Montes in canotta arancio e ciabatte che s’offre alla stampa come vicino affranto. O un ex calciatore del Cordoba, «mi chiamo Matias Rodríguez e ho fatto 600 km per essere accanto al mio eroe», che veglia un po’ e ciao, poi se ne torna subito a casa. Mitomani che s’inginocchiano. Cantanti che intonano inascoltabili funiculì-funiculà in spagnolo. Poeti che lasciano odi a penna su carta, «nascesti a Lanus umile come Evita/ col tuo piede fosti l’artista…».

Dalle case a pollaio tutt’intorno, solo silenzio. Occhi torvi. Qualche sassata sulle troupe. Una macchina della polizia controlla che nessuno scleri, o magari si freghi le telecamere: «Oggi Villa Fiorito è il centro del mondo, ci siamo noi e vi lasciano stare. Ma se tornate fra due mesi, prima dovete chiedere il permesso ai clan». Il re è morto, viva noi: la Mano de Dios non ci ha dato neanche un mignolo delle sue fortune, dicono i capibanda, e allora perché mai la repubblica indipendente di Villa Fiorito, come la chiama il rapper Martín Spagnolo, per i ragazzini un idolo locale più di Maradona, perché mai la povera gente di strada Azamor dovrebbe piangere un sovrano che non ha mai avuto?

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Vedi Villa Fiorito e capisci Diego che si sentiva di casa a Gaza o a Soweto. Una striscia di rabbia, un apartheid di miseria nera. Le case senza fogne, le strade senza luce. Le macchine più lustre delle scarpe. L’asfalto qua e là, e solo per gentile concessione di qualche benefattore. La spazzatura, l’unico oro per i pibe. Il vecchio Iginio Lima, 88 anni, non rammenta la lanugine del Pelusa — «È una vita che me lo chiedono, ma come faccio, allora a correre in queste vie avevamo più bambini che gatti!» —, però si ricorda bene di quando non c’era l’acqua potabile e toccava pure ai bimbi, e pure a Maradona, prendere le taniche e andare a riempirle ai pozzi d’Ingeniero Budge. Oggi, molti di quei piccoli fanno i corrieri della droga nei quartieri ricchi di Buenos Aires, oltre il rio e le cataste d’auto rottamate.

Uno solo è corso in altri campi: «Se Dieguito non fosse nato qui, Villa Fiorito non sarebbe nulla», ne va fiera Gloria Cristaldo, dirimpettaia del 523. Anche se qui non l’ha più visto nessuno: a 15 anni era già una promessa delle primavere, a 18 passò per l’Azamor e trascinò con sé papà, mamma, sorelle, cognati, tutt’e venti pigiati in un appartamento nuovo di zecca, tutti via da Villa Fiorito e da quella povertà e dalle risse di strada.

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«Non è vero che Diego s’era dimenticato di noi», lo difende il sindaco, ed elenca il bendidio consegnato ad agosto in pieno lockdown: «Una volta ha visto com’era conciato il campetto e s’è arrabbiato: “I bambini non possono giocare in un posto simile! È una vergogna!”. Poi quest’estate ha mandato Jana, la figlia, a consegnarci 1.300 chili di cibo, duemila mascherine, 500 litri d’alcol in gel, 200 kit per sanificare le case, guanti, attrezzature sportive…». Non è venuto di persona? «Stava già male. Era anche in quarantena Covid. S’è collegato via smartphone dalla sua villa di Brandsen».

Dal cuore non s’è mai fatto portare, a Villa Fiorito. Ci lasciò la vecchia zia Margarita che non voleva andarsene e rimase ostinata in una catapecchia poco lontana, col suo lavoro alla mensa della scuola Ep63. Anche Salvadora, la nonna materna, non si mosse contenta e Maradona non se ne fece ragione. Qualche anno fa, una delle mille fidanzate di Diego era una ragazza del barrio col moroso in carcere per triplice omicidio: il campione la conobbe a una serata, la sedusse facile, le fece lasciare l’uomo, sistemò l’aspirante nuova suocera in una bottega d’abiti tarocchi e quando tutto finì, zac, fu quello l’ultimo taglio col natio borgo selvaggio. A sfruttare la casetta ha provveduto in questi anni solo qualche tirapiedi truffatore, che per mille dollari proponeva d’organizzare inesistenti cene col campione. Un’agenzia turistica, dieci euro, ti scarrozzava a visitarla. E un vecchio dirigente dell’Argentinos Juniors — la prima vera squadretta di Diego — ne avrebbe fatto volentieri un museo di cimeli.

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Addio Diego, il mondo ti ricorda così

Ora però qualcuno sente l’affare, il lutto globale conferma che la memoria s’alimenta di simboli e che certi miti sopravvivono alle generazioni. A Villa Fiorito s’è presentato un signore con due figlie, narrano: le ha chiamate una Mara e l’altra Dona.

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