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Milano, stuprò una donna 14 anni fa: incastrato dal Dna e arrestato

«Quel volto non potrò mai dimenticarlo». Ai carabinieri e ai medici del Soccorso violenza sessuale l’aveva detto subito. Lei, inserviente in un ospedale milanese di 41 anni, sposata e con una figlia che all’epoca aveva cinque anni, di quell’uomo aveva descritto ogni particolare. Ogni dettaglio, dall’abbigliamento all’accento, che potesse portare gli investigatori ad individuarlo. Lui, dopo averla violentata colpendola con una pietra nell’area dismessa dell’allora cantiere di Porta Vittoria tra viale Umbria e via Cena, le aveva rubato una collanina d’oro, sfilato 20 euro, il telefonino e un pacchetto di sigarette dalla borsetta. E prima di fuggire l’aveva anche costretta, immobile, a guardarlo mentre ne fumava una. Sigaretta dalla quale i carabinieri avevano poi estratto il suo Dna. Lo stesso ricavato dai tamponi effettuati dai medici dopo la violenza.


Per quattordici anni quella sequenza di codici genetici è stata la sola traccia lasciata dal violentatore. Tanto da portare la Procura a chiedere e ottenere l’archiviazione delle indagini. Una circostanza che diventò venticello di calunnia per chi, davanti al clamore di quel caso, arrivò perfino a sostenere che la donna, stuprata mentre aspettava il filobus per andare al lavoro, si fosse inventata tutto solo per attirare l’attenzione. Era il 20 agosto del 2006, in quella estate Milano si trovò a fare i conti con un’escalation di stupri di gruppo. Violenze che fecero tornare le polemiche di quei «nove omicidi in nove giorni» che nel ‘99 trasformarono la cronaca nera in emergenza politica.


La veridicità dello stupro, invece, non fu mai in discussione tra chi si occupò delle indagini. Nel 2006 un maresciallo dei carabinieri da poco in servizio alla compagnia Porta Monforte smuovendo fonti tra clochard e disperati, era riuscito ad arrivare fino in stazione Centrale, zona nella quale il presunto stupratore era stato avvistato per l’ultima volta. Poi più nulla, con quella indagine cieca destinata a diventare un’ossessione.


Lunedì 30 novembre 2020. Quattordici anni dopo quella violenza, a quello stesso maresciallo arriva una comunicazione riservata del Ris di Parma. La Banca dati nazionale del Dna ha restituito quello che in termine tecnico, e ormai reso celebre dalla cultura cinematografica, si chiama «match». La corrispondenza tra il profilo genetico estratto dalla sigaretta e dai tamponi della violenza e quello prelevato a un detenuto recluso nel 2017 a San Vittore per un furto in un negozio.

L’uomo, algerino di 49 anni, senza fissa dimora e irregolare, nel frattempo era stato scarcerato ed era tornato ad essere un fantasma. Ora però al profilo del presunto stupratore corrispondeva un nome e un volto. E soprattutto la certezza che era vivo e in libertà. Così la procura ha richiesto al gip di riaprire il fascicolo sulle indagini. Per farlo i carabinieri della Monforte, guidati dal capitano Silvio Maria Ponzio, hanno dovuto «riattualizzare» gli elementi di quella indagine. Ed essere certi che la vittima, nonostante gli anni trascorsi, fosse di nuovo in grado di ricordare il volto di quell’uomo. Non è stato facile riaprire quella ferita mai del tutto ricomposta.


Ma la vittima, oggi 55enne, non solo ha ricordato davanti ai magistrati Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, ogni dettaglio di quella violenza ma ha riconosciuto «senza ombra di dubbio» il volto dell’uomo ricavato da una foto segnaletica risalente proprio al 2006. «Il dolore e lo choc di quella vicenda non si sono mai sopiti - racconta un investigatore - ma ha prevalso il bisogno di giustizia, la forza di vedere il proprio aguzzino finalmente in carcere». L’ultimo atto è stata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per violenza e rapina emessa dal gip Tommaso Perna. L’epilogo in una lunga e delicata caccia all’uomo tra sbandati e senza casa della stazione Centrale fino all’arresto di ieri mattina.


La Banca dati nazionale del Dna è stata introdotta in Europa nel 2005 con il trattato di Prüm (Germania) ma solo nel 2009 adottata dall’Italia dall’allora governo Berlusconi. Polemiche, burocrazia e regolamentazioni di privacy l’hanno però di fatto resa operativa solo nel 2017. Ad ogni detenuto per reati non colposi oggi viene prelevato il Dna. Per la prima volta un caso così datato è stato risolto grazie all’esito delle sue comparazioni.

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