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Minneapolis, arrestato il poliziotto ma i rivoltosi insorgono: non basta

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON In galera. Mike Freeman, procuratore della Hennepin County di Minneapolis ha disposto l’arresto di Derek Chauvin, il poliziotto ripreso da un video mentre preme il ginocchio con tutto il peso del corpo sul collo di George Floyd, l’afroamericano di 46 anni ucciso lunedì scorso. Due i capi di imputazione: «Omicidio di terzo grado», un reato simile al nostro «omicidio colposo» e manslaughter, assimilabile all’«omicidio preterintenzionale». In una conferenza stampa Freeman ha spiegato che gli inquirenti hanno raccolto sufficienti prove per l’incriminazione, mettendo insieme le clip, le testimonianze dei passanti e il referto medico.

Il procuratore ha aggiunto che «il provvedimento restrittivo» è arrivato «a tempo record», mentre «proseguono le indagini» sugli altri tre agenti implicati nella morte di George. Quel lunedì pomeriggio, due pattuglie hanno controllato Floyd, che non ha opposto alcuna resistenza. E nessuno degli uomini in divisa ha fermato il collega, mentre «il sospetto» sdraiato pancia a terra sull’asfalto implorava: «Non respiro, mi state uccidendo». Anzi un nuovo video, trasmesso dalla Cbs, mostra come due agenti tenessero fermo George, mentre Derek Chauvin prendeva posizione sopra di lui. Floyd ha smesso di respirare tre minuti prima che Chauvin finalmente sollevasse il ginocchio.

Il movimento spontaneo che ha invaso le strade di Minneapolis, dopo due notti di incendi e saccheggi, ha discusso per tutta la giornata. La maggior parte, a quanto sembra, considera insufficiente la decisione delle autorità giudiziaria, anche se Chauvin rischia una condanna a 20 anni di carcere. Ma è difficile chiedere alla Procura, che deve limitarsi ad accertare le responsabilità penali personali, una risposta più generale, politica.

Ieri sono intervenuti i leader più popolari tra la comunità afroamericana, a cominciare da Barack Obama. L’ex presidente scrive in una nota che «la morte di George non dovrebbe essere considerata normale nell’America del 2020». Obama chiede ai magistrati di «fare rapidamente giustizia» e invita «tutti» a sconfiggere «razzismo e fanatismo».

Il candidato democratico Joe Biden ha telefonato alla famiglia di George e poi, dalla sua casa nel Delaware, ha detto che «i cattivi poliziotti vanno puniti». Infine un appello simile a quello di Obama: «Nessuno di noi può tacere davanti a un’invocazione come “non riesco a respirare”. Chi tace è un complice».

Ma la tensione si riaccende con i tweet che arrivano dalla Casa Bianca, a Washington. Donald Trump posta questo messaggio: «I teppisti stanno disonorando la memoria di George Floyd e io non lascerò che ciò accada. Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che i militari sono a sua disposizione. Siamo pronti ad assumere il controllo davanti a ogni difficoltà, ma quando cominciano i saccheggi si comincia anche a sparare». I gestori della piattaforma social hanno «segnalato» il flash del presidente: «Questo tweet ha violato le nostre regole sull’esaltazione della violenza. Tuttavia abbiamo deciso di non oscurarlo poiché potrebbe essere di pubblico interesse». In un altro post il presidente rimprovera al governatore Tim Walz e al sindaco Jacob Frey, entrambi democratici, «una totale mancanza di leadership». Avvertimento finale: «Riportate la città sotto controllo o invierò la Guardia Nazionale a mettere le cose a posto».

In realtà la Guardia Nazionale, che dipende dal governatore, è già schierata in città da un paio di giorni. Circa 500 militari che finora non sono riusciti ad arginare i disordini della notte tra giovedì e venerdì. E in particolare l’incendio appiccato al Terzo Distretto di Polizia, il comando da cui dipendevano l’agente Chauvin e gli altri tre.

Un assalto trasmesso in diretta dalle tv: immagini destinate a restare come testimonianza di questo nuovo ciclo di rivolte. Anche giovedì i manifestanti si sono dati appuntamenti davanti all’edificio, protetto da un cordone di agenti in assetto anti sommossa e da tiratori scelti sui tetti. Ma lo schieramento non ha avuto alcun effetto deterrente. La calca si stringe sempre di più. Qualcuno lancia sassi, bottiglie, petardi. Dall’altra parte si risponde con spray irritante, lacrimogeni. Alle 22 il sindaco Frey, come ha raccontato lui stesso, chiede alla polizia di ritirarsi. Si giustifica con queste parole: «Il simbolismo di un edificio non può pesare più dell’importanza della vita». Come dire: rischiavamo una strage. Una resa traumatica, di cui non si ricordano precedenti e che complica la situazione.

Il governatore Walz ha di nuovo assicurato che «il corso della giustizia sarà rapido», ma nello stesso tempo si è impegnato «a ristabilire l’ordine, a proteggere la sicurezza e le proprietà di tutti i cittadini». Intanto la protesta si estende al resto degli Stati Uniti: New York, Denver, Los Angeles, Columbus, Memphis, Portland, Phoenix. L’onda continua a crescere, ora dopo ora.

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