Italy

Morto Carlo Tognoli, il sindaco (e la memoria) dei milanesi

Era la memoria di una Milano da amare. Il sindaco dei milanesi. Stimato, rimpianto, mai dimenticato. Se entrava in un bar gli sorridevano: «Buongiorno sindaco». Si sentiva depositario di una storia importante vissuta da protagonista: socialista, con Turati e Nenni nel cuore. Piaceva ancora a molti, anche se il partito in cui aveva costruito la sua storia politica si era frantumato nella bufera di Tangentopoli. Carlo Tognoli era rimasto un riferimento, l’immagine che non sbiadisce del primo cittadino vicino alla gente, che piace a operai e industriali, tramvieri e artisti, ma anche a Cuccia e Montanelli.

Adesso che il Covid se l’è portato via dopo un lungo calvario, la frattura del femore, il ricovero e il contagio del virus, viene in mente l’ultima volta in cui la sua passione è stata convogliata in un messaggio di speranza per Milano. Era il 14 luglio di un anno fa ai Bagni misteriosi del teatro Parenti: una serata per ridare voce alla città che non si arrende, e ritrova nella cultura e nella solidarietà la forza per uscire da una lunga sofferente clausura. Raccontava il passato e immaginava il futuro, quella sera Tognoli, prestando la sua ricostruzione sul destino di Milano alla regia di Andrée Ruth Shammah. A una citta svuotata dal Covid, smarrita e intristita, l’ex sindaco aveva offerto uno straordinario incipit: «Il destino di Milano è quello di rialzarsi sempre, dalle distruzioni, dalle bombe…». Come nel Dopoguerra, di cui ricordava le macerie, ma anche le parole del sindaco Greppi a Paolo Grassi nell’estate del ’45: «Ci serve un canto per svegliare Milano». Grazie a lui, anche nell’estate 2020 Milano ha intonato un Canto, per ritrovarsi e stendere nuove reti di solidarietà.

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Da Milano Tognoli guardava l’Italia e di Milano ha sempre avuto la visione di una città capace di dare, laboratorio politico, economico, ma soprattutto sociale e umano, ancorata a valori profondi ben espressi dai sindaci socialisti di inizio secolo e dal padre fondatore che ha ispirato anche il suo riformismo. «Filippo Turati, uno che passava in Galleria e i borghesi dicevano: è un socialista ma è un galantuomo». Galantuomo è forse la definizione che si addice di più a Tognoli, politico e citoyen, capace di creare un’associazione come «Amare Milano» quando la città sembrava aver perso il sorriso, per non doversi pentire, un giorno, di non aver saputo riconoscere la bellezza discreta di una grande città.

È una lunga storia milanese, quella di Tognoli. Iscritto al Psi dal ‘58, un cursus honorum da perfetto militante, consigliere comunale in provincia, poi a Palazzo Marino, assessore, sindaco, autonomista vicino alle posizioni di Bettino Craxi. A chi gli chiedeva se è stato lui il padre padrone del Psi milanese, dalla metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, rispondeva: «Nella federazione di Craxi mai nessun altro ha potuto essere padrone». Fedele all’idea del laboratorio politico, Tognoli è stato il leader delle giunte di sinistra a convergenza democratica, dopo quella di Aldo Aniasi, coi voti dei dissidenti democristiani che hanno interrotto la stagione del centrosinistra. Da sindaco è stato il precursore della città metropolitana, sostenitore di metrò e passanti sul modello parigino e londinese, ecologista senza oltranzismi ma capace di rivoluzionare il centro storico con una chiusura coraggiosa e mai riuscita a nessun altro sindaco dopo un referendum ambientalista. Sua la pedonalizzazione di una via centrale come corso Vittorio Emanuele, oggi apprezzata ma ieri contestata dai commercianti.

Andava in ufficio in bicicletta negli anni in cui farsi vedere nelle strade di Milano senza scorta era audace e pericoloso. «Controllavo da vicino le inadempienze della sosta vietata in doppia fila e mandavo i vigili in tempo reale», confiderà anni dopo al Corriere. Ma il vero messaggio era un altro: era un segnale di fiducia e vicinanza nella stagione in cui si sparava nelle strade e pochi milanesi avevano voglia di uscire di casa. Cronaca nera, buia e spietata. Piombo terrorista contro i magistrati Alessandrini e Galli e il giornalista Tobagi. Il Piccolo sotto attacco, la Triennale occupata, la facoltà di Architettura devastata. Toccò a Tognoli e al cardinale Martini alimentare speranze, puntellare le istituzioni. Cultura e vicinanza, la ricetta del sindaco: dal centro alla periferia. Inaugura una straordinaria mostra sugli anni Trenta a Palazzo Reale, e prima ancora dell’estate romana dell’assessore Nicolini, si inventa il risotto in piazza e la musica al Castello: è nazionalpopolare, ma piace e ha successo. Lascia Palazzo Marino quando si torna al pentapartito. È ministro delle Aree urbane ed europarlamentare.

Poi c’è la parentesi nera, e definitiva per il Psi: quella di Mani pulite. Anche Tognoli incappa nella giustizia. È indagato e poi condannato. Verrà assolto dalla Corte d’appello che nel gennaio Duemila scrive: «Non si è arricchito ed è lontano anni luce dai ladri e dai profittatori». Ma è una botta dura. Si fa da parte con discrezione. Resta solo per testimoniare l’amore infinito alla sua Milano. Il patrimonio della sua vita. Che il Covid si è portato via.

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