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New York Times, licenziata per un tweet pro Biden: un’altra bufera sul quotidiano

Lauren Wolfe ha il tipico profilo della giornalista impegnata. E lavora(va) al New York Times, il giornale liberal per eccellenza, che in questi anni ha rafforzato la sua posizione e i suoi abbonamenti anche in virtù della vigile copertura di un presidente come Donald Trump, insofferente ai rituali della democrazia e profondamente ostile alla stampa. Ma quando Lauren, il giorno dell’insediamento di Biden, vedendo le immagini dell’aereo del presidente eletto atterrare alla Joint Base Andrews diretto a Washington, ha scritto «ho i brividi» , su di lei si è scatenata una campagna di bullismo social da destra molto simile a quelle che la sinistra dura e pura ha lanciato nei mesi passati contro chi sosteneva posizioni «non ortodosse».

E il quotidiano — con il quale, ha specificato il management, Wolfe aveva una collaborazione, non un contratto fisso — l’ha licenziata. Non solo per il tweet, specificano (Wolfe aveva anche scritto che era infantile per Trump non mandare un aereo militare a prendere Biden, e l’aveva poi cancellato ammettendo che fosse inaccurato), ma senza aggiungere altri dettagli. A luglio dal Times se n’era andata Bari Weiss, assunta perché doveva essere una giovane voce centrista aperta ad argomenti conservatori, che ha lasciato stufa degli attacchi, compresi quelli di molti suoi colleghi, ricevuti su Twitter. Forse Lauren è (era) tra chi pensa che la cancel culture non esiste, e si scopre a esserne l’ultima vittima.

È chiaro che nel quotidiano newyorchese deve esserci una certa tensione rispetto alle accuse anche preventive di partigianeria nei confronti della nuova amministrazione. Semplici lettori moderati e «mob» di destra aspettano il Nyt al varco per sapere se mostrerà nei confronti di Biden la stessa severità usata nei confronti di Trump (FoxNews va già ripetendo che i media liberal coprono le bugie di «Santi Joe e Kamala»).

Ma licenziare una giornalista per un seppure discutibile tweet? Negli Stati Uniti il caso ha riaperto la discussione sulla «polizia del pensiero» di Twitter, e cioè su come l’onda dell’indignazione decida chi può parlare e chi no, chi può dire cosa: con alcuni interessanti cortocircuiti che dimostrano quanto il dibattito sia ingarbugliato. Tra i difensori di Wolfe Alyssa Milano, attrice attivista e paladina del #metoo, che ha twittato l’hashtag #rehireLauren. Mesi fa Milano aveva scritto che la cancel culture è un’arma della destra, non degli ultrà liberal, ora lancia un «cancelletto» chiedendo ai suoi 3 milioni e mezzo di follower di fare pressione sul «New York Times» e subito molti di loro sono passati alle minacce: riprendete Wolfe o cancello l’abbonamento (Wolfe stessa ha pregato di non farlo, difendendo il valore del giornale).

È un fatto che Wolfe abbia violato una policy del New York Times, quella di non esprimere opinioni personali attraverso i propri social media. Ma la punizione — a prescindere se sia vero o no, come dicono gli avvocati della giornalista, che la condizione non si applicasse a lei che non era assunta a tempo indeterminato — è proporzionata alla violazione? «I giornalisti dovrebbero essere giudicati dalla correttezza del loro lavoro, non da un tweet occasionale o un commento o una mail privata in cui sono espresse preferenze umane — ha scritto sempre su Twitter Wesley Lowery di 60 minutes —: Risposte vigliacche e reazionarie all’indignazione online sono più imbarazzanti e minano l’integrità dell’istituzione giornalistica più di qualunque cosa abbia twittato un membro dello staff». E ancora: perché,come ripetono tanti di quelli che stanno difendendo Wolfe, una giornalista come Rukmini Callimachi che ha commesso degli errori clamorosi nel pluripremiato podcast Caliphate, è stata solo assegnata a un altro desk, e chi l’ha «coperta» non è stato «punito»?


La risposta di una serie di fonti del New York Times a Joe Pompeo, che ha ricostruito il caso per Vanity Fair, sulla gravità della sanzione a Wolfe è che la giornalista fosse stata già ammonita per il suo comportamento sui social. «Per ragioni di privacy non ci addentriamo nei dettagli di una vicenda personale, ma possiamo dire che non abbiamo chiuso il contratto di un impiegato a causa di un singolo tweet — ha detto a Pompeo un portavoce del Times — Per rispetto delle persone coinvolte, non intendiamo commentare ulteriormente». Un dettaglio che non chiarisce tutto, e sicuramente non chiude il dibattito.

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