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Omar, in carcere a 13 anni per blasfemia. Una lettera da Auschwitz cerca di salvarlo

Una lettera scritta ad Auschwitz può aiutare a salvare un tredicenne musulmano dalla prigionia in Nigeria. «Non posso restare indifferente», spiega Piotr Cywinski in una missiva indirizzata al presidente della Nigeria, nella quale propone di scontare insieme ad altri 119 volontari di tutto il mondo la pena — dieci anni di carcere — inflitta per blasfemia a Omar Farouq, tredicenne di Kano, nel nord del Paese. «In quanto direttore del memoriale di Auschwitz, che commemora le vittime e preserva i resti del campo di concentramento e di sterminio della Germania nazista dove anche i bambini venivano imprigionati e uccisi, non posso restare indifferente di fronte a una sentenza disgraziata per l’umanità».

Lo scambio

Lo storico polacco Cywinski, che dirige il memoriale di Auschwitz-Birkenau dal 2006, è noto per le iniziative di dialogo tra ebrei e cristiani ed è stato premiato anche con la Legion d’Onore francese, ma la lettera inviata al presidente Muhammad Buhari è un intervento insolito per il museo. Solo nelle prossime settimane si capirà se è servita a smuovere le coscienze. Cywinski chiede la grazia per un «ragazzo che non può essere ritenuto completamente consapevole e responsabile, data la sua età» e offre di pagare per la sua istruzione, in modo che «la Nigeria guadagni un cittadino anziché un giovane distrutto». Ma, aggiunge, «se le parole di questo bambino devono assolutamente essere pagate con 120 mesi di prigionia e persino Lei non può cambiare le cose, suggerisco che 120 volontari adulti, io ed altri che mi occuperò di radunare, servano ciascuno un mese della sentenza al suo posto in un carcere nigeriano».

Il caso di Omar Farouq

Del caso di Omar si sa poco. Avrebbe «insultato Dio» mentre discuteva con un amico. L’avvocato nigeriano Kola Alapinni lo ha scoperto per caso, mentre rappresentava un musicista, Yahaya Sharif-Aminu, condannato a morte lo stesso giorno dallo stesso tribunale per aver offeso Maometto con una canzone. In appello la sentenza di morte del musicista è stata revocata, come spesso accade, ma l’avvocato, legato alla Foundation for Religious Freedom, vuole portare il caso alla Corte Suprema per contestare l’intero sistema usato in 12 Stati del Nord per giudicare i musulmani.

«I genitori hanno paura»

Alapinni non è ancora riuscito a incontrare Omar. «I genitori hanno paura, non vogliono l’attenzione dei media, avevano rinunciato a difenderlo. Ma lo zio ci ha dato l’autorizzazione a rappresentarlo», spiega il legale al Corriere. Il tredicenne è stato giudicato come un adulto, perché avendo raggiunto la pubertà ha piena responsabilità legale secondo la sharia. La condanna, afferma Alapinni, non è solo incompatibile con la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia, come evidenzia l’Unicef, ma anche con la Costituzione nigeriana per cui la blasfemia non è neppure un crimine. «Il sistema stesso delle Corti della Sharia è incostituzionale. La Nigeria non è una teocrazia, ma un Paese multireligioso e laico. Queste Corti sono strumenti di potere nelle mani degli Stati del Nord. Non sono sotto giurisdizione federale, bensì sotto quella del governatori. E il governatore di Kano ora usa casi come questi per placare i fondamentalisti islamici in uno Stato che è da decenni un focolaio di conflitti religiosi».

Verso la Corte Suprema

La lettera da Auschwitz può aiutare? «Certo! È già fonte di imbarazzo e pressioni sul governo», dice l’avvocato. «Ma è improbabile che il presidente conceda la grazia. Mi aspetto che il caso vada alla Corte d’appello federale e alla Corte suprema. Dovremo stare a vedere che cosa succede».

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