Esita prima di cliccare. La tendina che ha aperto offre 11 scelte: 10 oltre all’attuale per definire il suo stato. Ha fatto scendere il cursore fino alla nuova possibilità: “in una relazione”. È rimasta a osservare la scritta, evidenziata in grigio. Che sia davvero il caso di annunciarlo? Ha 58 anni, 2 precedenti matrimoni, una figlia dal primo e 2 figli dal secondo, può davvero lasciarsi trasportare così? Farlo sapere tramite Facebook, come una ragazzina? La sua pagina si apre con un’immagine dei genitori, un ricordo di quando andavano al mare, a Torre Archirafi. Sono seduti sul muretto, indossano capi invernali, lei impugna un bastone. Tengono le mani sulle ginocchia, eppure danno l’impressione di stringersele. Gli sguardi sono allacciati e consapevoli. L’ombra della figlia che li fotografa si allunga su di loro come una domanda: che cosa vi ha tenuti insieme? Nel riquadro c’è una fotografia di lei, Rosaria Parisi, per tutti Sara e con quel nome consegnata alla memoria digitale. Anche lei è davanti al mare, il vento le scompiglia i capelli, porta grandi occhiali scuri, il sorriso è imbarazzato. L’espressione è al tempo stesso fragile e determinata. Quasi tutte le foto inserite hanno in comune il mare d’inverno, gli occhiali scuri, il sorriso incerto. Non sono molte. Gli amici virtuali, 496. È il 16 dicembre 2018, mancano 9 giorni a Natale, 12 alla fine della vita di Sara.

Perché comunicare la propria situazione sentimentale attraverso le onde della rete? Chi lo fa, a chi vuole veramente dirlo? A sé, per riaffermare una ritrovata completezza? All’altro o altra, dandogli una prova che il legame è vero, è forte, tanto da essere reso pubblico? A tutto il resto del mondo che lo può vedere, come una bandiera sul balcone? Di certo Sara pensa a se stessa. È uscita da due matrimoni continuando a non arrendersi. Ha scelto come motto: “Essere libera”. Ha riprodotto una sola citazione, sullo sfondo di una strada che procede verso la luce: “Che poi vale sempre e solo una regola: deve farti stare bene. Se non è così passa oltre”. Un riferimento chiaro al rapporto che ha interrotto con la separazione 4 anni prima. Pensa anche al nuovo compagno, immagina sarà felice quando riceverà la notifica di quel cambiamento. Rivela anche il suo nome, come fosse una dedica. Esita ancora, pensando all’unica persona che, leggendo, avrà una reazione opposta: Francesco, il suo ex marito. L’infelicità di uno può valere più della felicità di tutti gli altri? Sara ha un conto aperto con la fortuna. Ha perso il lavoro, licenziata dall’industria dolciaria di cui era dipendente. Non si è arresa. Si è messa a fare la badante. Ha anche messo un annuncio, proprio su Facebook, offrendosi come baby sitter o domestica a ore. Qualcuno, nei commenti, si è stupito. “Addirittura?”, ha scritto, come fosse degradante. Anche a quella persona voleva dimostrare che la sua vita era luminosa. Bastava schiacciare quel tasto, cambiare lo status. E il suo ex? “Passa oltre”. Clic. “In una relazione”. “Iniziata il: 15 dicembre”. Cuoricino blu.

In breve le arrivano 39 messaggi dello stesso tenore: auguri, congratulazioni, te lo sei meritata. Tra quelli che leggono ma non scrivono sulla sua bacheca: la figlia Loredana che 16 giorni più tardi, nel pomeriggio di Capodanno, durante il funerale in chiesa, prima urlerà per il dolore, poi sverrà. Gli amici Emilia e Luigi che dal pulpito leggeranno questo messaggio: «A nome di tutti quelli che avrebbero potuto capire i tuoi segnali e non lo hanno fatto o lo hanno fatto troppo tardi, male e comunque non efficacemente, noi ti chiediamo perdono. Ogni volta che muore una donna come sei morta tu, carissima Sara, lo Stato i servizi e i poteri che avrebbero potuto proteggerti perdono una partita contro l’orrore». L’avvocata Patrizia Pellegrino, che l’aveva assistita durante la causa di separazione e l’aveva accompagnata a un’udienza scortata dai carabinieri perché l’ex marito aveva minacciato di «ucciderla là, davanti a tutti». Al ritorno dal funerale scriverà, anche lei su Facebook, “al termine di questa triste giornata”: “Sara aveva paura. Lo trovava in macchina sotto casa, una volta dentro casa, la seguiva”. E anche lui, Franco Previtera, 58 anni, muratore, vede quel cuoricino blu e quei 39 messaggi. Li scorre in silenzio, nel suo appartamento dove custodisce illegalmente una Beretta calibro 9, con la matricola abrasa.

Di ogni storia, di ogni persona, vale la pena raccontare i particolari che la distinguono, perché comincia e come finisce. Quel che accade in mezzo è spesso un destino segnato, reso inevitabile dall’incuria. Chi sta per viverlo, sa. Che sporga denuncia o no. Che provveda o meno al futuro che non l’aspetta. Poco dopo le 8 del 28 dicembre Sara Parisi esce di casa per andare ad assistere un anziano. Cammina su corso delle Province, una strada quieta, senza marciapiede, in località Altarello, comune di Giarre, provincia di Catania. Viene colpita da 5 proiettili. I bossoli sull’asfalto verranno indicati da segnali con le prime lettere dell’alfabeto. Sul corpo verrà steso un telo giallo. C’è una seconda cosa, oltre all’interruttore della vicenda, che va tramandata: il modo in cui si spegne. Avviene il 3 marzo 2020, a 5 giorni dalla giornata dedicata alla donna. Accogliendo una richiesta avanzata dal pm mesi prima, il caso viene definitivamente archiviato. Quale caso, se l’assassino di Sara è morto sotto i ferri all’ospedale Cannizzaro di Catania lo stesso giorno? Causa del decesso: complicazioni in seguito a ferite da arma da fuoco provenienti dalla sua stessa pistola. Nella sequenza di eventi della mattina del 28 dicembre 2018 si riferisce che l’esplosione dei colpi che abbattono Sara richiama qualcuno in strada. Il primo resoconto indica un giovane, nipote della vittima. In seguito si aggiunge la presenza di un fratello della stessa. Uno o entrambi si avventano sull’aggressore armato. Segue una colluttazione. Non è difficile immaginare, come in una classica scena da film, che mani diverse si stringano sulla pistola cercando di dirigerne la canna, mentre più dita cercano il grilletto. Un proiettile infine colpisce l’assassino all’addome. Suicidio, è scritto nel documento che archivia la vicenda. La calligrafia, l’inconfondibile mano, è quella della giustizia.