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Parità salariale, voto unanime al Senato: è legge

«Senza uguaglianza "di fatto" tra donne e uomini non potrà esserci ripresa e non potrà esserci sviluppo sostenibile e innovativo», hanno commentato le relatrici. «Partendo da testi diversi c'è stata la volontà politica di dare concreta attuazione al dettato costituzionale e quindi di riconoscere il fondamentale diritto a un pari riconoscimento economico e di carriera, a parità di mansioni e ore lavorate, alle donne lavoratrici».

Fu Tina Anselmi, prima ministra donna (era il 29 luglio del 1976 quando venne nominata ministra del Lavoro e della Previdenza Sociale) a stabilire con la legge 903 del 9 dicembre 1977 il diritto della donna ad essere retribuita come gli uomini, a parità di mansione e di salario. «I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne», si legge all'art.2 della legge 903 del 1977. E ancora. «È  vietata qualsiasi discriminazione fra uomini e donne per quanto riguarda l'attribuzione  delle  qualifiche, delle  mansioni  e  la progressione nella carriera». Oggi, la svolta è concreta.

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«Mentre sono in aula arriva la notizia: la mia proposta sulla parità salariale, con il voto unanime del Senato diventa legge dello Stato!», così la prima firmataria e relatrice, Chiara Gribaudo, deputata del Partito Democratico ha annunciato il traguardo raggiunto in tempi record. 

In meno di due settimane il Ddl per le pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo, a partire dalla parità salariale, è passato sia alla Camera che al Senato. Tutto in un tempo piccolissimo, come ha sottolineato la relatrice al Senato Valeria Fedeli. Quest'ultima, per evitare che le tempistiche si allungassero (come vediamo accadere spesso, pensiamo al Ddl Zan contro le discriminazioni e le violenze legate all’omotransfobia e all’abilismo approvato alla Camera nel novembre 2020 e che torna a Palazzo Madama oggi 27 ottobre), aveva aveva chiesto l'assenso da parte di tutti i gruppi a non presentare emendamenti. Così è stato. 

«Che sia accaduto con il provvedimento sulla parità salariale tra donne e uomini dimostra l'urgenza e la concretezza che questo Parlamento, d’accordo tutte le forze politiche, ha voluto riconoscere all’incrocio tra i due assi fondamentali per l’uscita dalla crisi pandemica e per la crescita del Paese: lavoro e parità di genere», ha aggiunto la senatrice Fedeli.

Una battaglia di inclusione e civiltà. La legge nata da un testo unificato a cui si è arrivati lavorando a diverse proposte delle parti politiche, pone tra i suoi obiettivi quello di colmare il gender pay gap (divario salariale) presente nel nostro Paese. Sulla base dell'ultimo report del World Economic Forum, l’Italia si colloca ancora al 76° posto su 153 Paesi della classifica mondiale.

«Attuiamo un fondamentale principio di trasparenza», ci ha spiegato la relatrice Chiara Gribaudo subito dopo l'approvazione alla Camera. «Le aziende sopra i 50 dipendenti dovranno compilare un rapporto sulla situazione del personale che conterrà molti indicatori, dai salari agli inquadramenti, dai congedi al reclutamento. L’elenco delle aziende che trasmetteranno il rapporto, e quello di chi non lo trasmetterà, sarà pubblico, e i dati saranno consultabili dai lavoratori, dai sindacati, dagli ispettori del lavoro, dalle consigliere di parità. Una presentazione mancata o con informazioni false può portare alla revoca degli sgravi contributivi e a sanzioni da 1000 a 5000 euro». 

Inoltre dal 1 gennaio 2022 verrà istituita la Certificazione di parità, che garantirà alle aziende selezionate sgravi contributivi fino a 50mila euro l’anno e a condizioni di vantaggio nelle gare d’appalto a valere su fondi europei. Con la legge verrà estesa alle aziende pubbliche la normativa delle legge Golfo-Mosca sulla rappresentanza di genere nelle società quotate: due quinti a quello meno rappresentato.