Italy

Patrick Zaki, Bologna in piazza alla vigilia della nuova udienza. Noury (Amnesty): “Se le cose andranno male Draghi deve pretendere grazia”

Bologna torna in piazza per chiedere la liberazione di Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna che da oltre un anno è mezzo è in carcere in Egitto. La mobilitazione, organizzata da Amnesty International Italia, si è tenuta lunedì 27 settembre, alla vigilia della nuova udienza del processo, che, dopo quasi 20 mesi di custodia cautelare in carcere, vede lo studente imputato per tre articoli accusati di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese. “In Egitto in cinque minuti si può condannare. Se le cose andranno male – ha detto Riccardo Noury, presidente di Amnesty International da piazza Maggiore – il problema sarà politico e riguarderà Mario Draghi che dovrà pretendere da Al-Sisi la grazia per Patrick”.

Come la prima udienza svoltasi il 14 settembre, quella odierna si tiene di nuovo davanti a una Corte della Sicurezza dello Stato per i reati minori (o d’emergenza) di Mansura, la città natale di Patrick. Nell’ala nuova del vecchio Palazzo di Giustizia, è previsto che nell’ambito di una sessione di varie ore vengano esaminati molte decine di casi a partire da metà mattinata. Visto il tipo di corte, si desume appunto che l’accusa a suo carico su cui si dibatterà oggi sulla base di tre articoli giornalistici è quella di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”. Un reato sanzionato con un massimo di cinque anni di carcere. La corte può emettere una sentenza inappellabile in qualsiasi udienza.

È già stato confermato però da una legale dello studente che restano in piedi (si presume quindi da affrontare eventualmente in altra sede) le accuse di “minare la sicurezza nazionale” e di istigare alla protesta, “al rovesciamento del regime”, “all’uso della violenza e al crimine terroristico”: le ipotesi di reato basate sui dieci post su Facebook di controversa attribuzione. Si tratta di crimini che gli fanno rischiare 25 anni di carcere, secondo Amnesty International, o addirittura l’ergastolo, hanno sostenuto fonti giudiziarie egiziane.

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