Italy

Pd, un partito che fatica a capire l’effetto Draghi sul sistema

Piuttosto che fare la fine del capro espiatorio, ha deciso di giocare d'anticipo. Ma non si può liquidare come un gesto «di pancia» la decisione di Nicola Zingaretti di dimettersi da segretario del Pd. La scelta è stata soppesata per giorni. Va letta come risposta estrema a un partito dominato dalle correnti e incapace di elaborare la novità del governo di Mario Draghi. Ma vivere i prossimi mesi, cruciali per il Paese, con uno dei perni dell’alleanza vacillante sia rispetto alla strategia, sia alla leadership, è una prospettiva pericolosa.

Significherebbe sommare ai tormenti del M5S quelli del Pd, entrambi reduci del precedente governo; e regalare di fatto il controllo della coalizione a un centrodestra più agile a cambiare. Ma è chiaro che il trauma delle dimissioni può sia ricomporre, sia accentuare lo strappo a sinistra; oppure, e non si sa se sia meglio, congelarlo. La sorpresa che ha causato lo fa apparire una mossa tesa a spiazzare gli avversari. Il tentativo di Zingaretti è quello di fermare una strategia del logoramento della segreteria, in atto da settimane.

Mettere in fila gli indizi è fin troppo facile. La richiesta di un congresso straordinario; la messa in mora di un asse con i Cinque Stelle; l’offerta di sponde alla minoranza nostalgica di Matteo Renzi. E, in ultimo, le polemiche seguite alla formazione del governo, dal mancato coinvolgimento delle donne, alla delusione trasversale degli esclusi. Si tratta di spezzoni di una fronda che la fine del secondo governo Conte ha gonfiato; ma che esisteva da settembre del 2019, con la caduta dell’esecutivo M5S-Lega.

Solo che allora era tacitata da un insperato ritorno al potere, figlio della spregiudicatezza grillina e degli errori di Matteo Salvini, promotore di una maldestra crisi di governo. Zingaretti era stato uno dei più scettici sull’alleanza con i seguaci di Beppe Grillo. E nei giorni scorsi ha fatto sapere di non avere cancellato i messaggi di chi invece la invocava. Era un avvertimento a quanti lo attaccavano: una sorta di ultimatum.

Il coro che ora gli chiede di ritirare le dimissioni fa capire che l’iniziativa del segretario va interpretata come una sfida. Può darsi che la vinca, o che la perda. A metà marzo è fissata un’assemblea del partito chiamata a pronunciarsi. Il problema è che, comunque vada, non basterà a cancellare l’immagine di una formazione incapace di rifondarsi: in termini di identità e di alleanze. La crisi parallela del grillismo finora l’ha velata, confondendo la prospettiva.

Ma almeno il M5S prova a ritrovare un equilibrio con Giuseppe Conte alla guida; così come cerca un nuovo profilo, più europeista, la Lega. Il Pd appare in ritardo, rispetto all’accelerazione oggettiva che il governo Draghi dà all’evoluzione del sistema. Forse, Zingaretti ha compreso che lo schema sul quale ha retto finora è saltato. Attenzione, però, a scaricare su un Paese prostrato beghe interne che interessano poco. E riflettono solo i limiti culturali, prima che politici, di un’intera classe dirigente.

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