Italy

Pelù dall’isolamento (a Foggia): «Combatto, per rinascere»

Intervista col rocker fiorentino: «Da questa esperienza può nascere una canzone»

di Edoardo Semmola

«Una canzone sul coronavirus? Forse sì, sto scrivendo appunto su ciò che stiamo passando. Ma il mio primo pensiero è la battaglia per la salute e mi ero già portato avanti». L’aspetto inganna. E se a guardarlo Piero Pelù sembra ancora quel ragazzaccio punk selvaggio e irrequieto dei Litfiba, insofferente alle regole e all’autorità, a sentirlo parlare ci si trova di fronte al più saggio e previdente dei padri di famiglia in tempi di quarantena: «Ho imposto a tutti guanti, mascherine, amuchina, distanze di sicurezza e lavaggio delle mani serrato molto prima che diventasse obbligatorio — racconta — Avevo intuito subito che questa cosa del virus fosse grave». È un padre di famiglia che sta passando la quarantena a Foggia, città di sua moglie Gianna, a pochi mesi dal loro matrimonio. Ma ha affetti in tutta Italia e li ha «preparati alla guerra al virus» con «largo anticipo» rispetto a molti altri: «Ho i miei genitori, 92 e 82 anni, a Firenze, e per fortuna stanno benissimo, mia figlia e mio nipote a Milano, altri parenti a Roma e delle zie molto anziane: noi Pelù siamo zingari sempre in movimento — dice — ma ora tutti a casa rispettando le regole in modo ferreo e viviamo tutti molto sul chi va là». Da questa esperienza, la pandemia, la quarantena, «forse ne uscirà una canzone, o magari un racconto» continua. Anche se aveva appena dato alle stampe un nuovo disco, «Pugili fragili», il rocker fiorentino si è già rimesso a lavoro. Perché «l’isolamento porta con sé due conseguenze: il giramento ossessivo delle… scatole, e una rinnovata creatività e ispirazione». Lo spiega così: «Viene spontaneo scrivere canzoni sui giorni come questo. Anche sul coronavirus. Bisogna stare attenti a non cadere nello scontato o nella retorica o peggio ancora nel rischio di strumentalizzazioni». Anche il testo di Gigante, il brano che ha portato a Sanremo, «sembra scritto per questo periodo perché parla di rinascita». Come pure le parole di Pugili Fragili perché entrambe «è come se avessero anticipato gli eventi». Soprattutto quando incita: «Ricomponiamo i giorni assenti e ritroviamoci sorprendenti» nonostante le «cicatrici che disegnano la vita con le unghie e coi denti».
Piero Pelù, doveva essere un anno speciale per lei: il matrimonio, il primo Sanremo, i 40 anni di carriera… e invece: in quarantena.
«Sono corso a Foggia, da Gianna, appena in tempo. Così almeno ci diamo forza in due. Mi trovavo a Napoli per un programma in Rai quando l’Italia ha chiuso tutto, e siamo venuti qui».
Ha confermato il suo tour estivo di concerti. È un segnale di ottimismo.
«Ci devo credere. Per forza. Altrimenti andiamo tutti in depressione. Siamo dentro a un brutto incubo e lo diciamo tutto sommato ancora da privilegiati, perché stiamo tutti bene e siamo stati attenti al momento opportuno».
Ha paura?
«L’ultima cosa che ho fatto prima di chiudermi in casa, in Rai, due sabati fa a Napoli, è stato partecipare a un programma dedicato a Mina e Morandi, e si suonava dal vivo, con l’orchestra. Ho scoperto poi che la metà di quell’orchestra è stata incoronata (è risultata positiva al virus, ndr) e c’era da aver paura sì, ma per fortuna quel giorno avevo imposto anche a Gianna mascherina e amuchina che già era introvabile, e di lavarsi le mani di continuo. Ci siamo messi subito in quarantena preventiva. È appena finita, dovremmo essere fuori pericolo».
Come pensa che uscirà trasformato il mondo della musica dopo la pandemia?
«L’ispirazione ne avrà beneficiato, ma il grosso punto di domanda è: in che condizioni economiche e sociali saremo quando tutta questa merda sarà finita?».
Com’è la vita da novello sposo, in isolamento?
«Sono ancora più convinto di prima che con Gianna abbiamo fatto la scelta giusta. Siamo stati anche fortunati che fossimo insieme il giorno in cui si è chiusa l’Italia, ed è stata una casualità perché lei doveva essere a Firenze per una delle dieci repliche di Elisir d’amore al Maggio. Comunque siamo entrambi musicisti: non mancano mai argomenti di cui parlare. Però mi mancano le mie figlie che non vedo da tre settimane. Per il resto leggo, e mi diverto a leggere anche le teorie dei complottisti, se ne trova di ogni fantasia. Si scatena di tutto. Che pazzi! Tanto di tempo da perdere ne abbiamo…».
Quando ha scritto la canzone «Picnic all’inferno», immaginava tutto un altro inferno…
«Si parlava di cambiamento climatico. E sono orgoglioso che al Carnevale 2020 di Viareggio abbia vinto il carro a tema Greta Thunberg che aveva quella mia canzone come colonna sonora. Mi ha aperto il cuore».
Cosa si porta dietro dell’esperienza a Sanremo?
«Lo spirito con cui lo ho affrontato, assolutamente positivo, e alla lunga si è dimostrato vincente: 6 milioni di visualizzazioni su YouTube sono un successo senza precedenti. Avevo preparato l’argomento giusto, una canzone che parla di rinascita e ora stiamo aspettando la nostra rinascita come Paese. Visto che ci viene negato il presente. Ho affrontato Sanremo senza il minimo spirito competitivo, volevo portare su quel palco i miei 40 anni di vita dal circolo Bencini di via Maragliano quando suonavo sui tavoli della tombola, all’Ariston».

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