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Pensioni: resta in piedi solo Quota 41 "a salire", poi torna la Fornero

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L'intesa in maggioranza è tutta ancora da trovare. Rottura Draghi-sindacati, si va verso lo sciopero. L'ultima ipotesi è costruita attorno al requisito fisso dei 41 anni di contributi. Certa la conferma di Opzione Donna e Ape sociale

Sindacati pronti alla mobilitazione sulle pensioni. L’incontro a Palazzo Chigi sulla legge di Bilancio si conclude senza nemmeno sfiorare un punto di intesa, né sulle pensioni né sugli ammortizzatori sociali né sul taglio del cuneo fiscale. Il rebus pensioni è insoluto, c’è solo la decisione di stanziare 600 milioni e confermare Opzione Donna e l’Ape sociale. Poco, per parlare non solo di riforma, ma nemmeno di intervento in grado di evitare lo scalone che si andrebbe a creare dal 1 gennaio 2022 con l'addio a Quota 100. A un giorno dal consiglio dei ministri in cui andrà trovata la quadra, resta in piedi solo una sorta di Quota 41.

Pensioni, per Draghi la riforma vera è la Fornero

Chi c'era parla di un mario Draghi molto irritato. Mancano pochi minuti alle 20 quando il presidente del Consiglio, Mario Draghi, si alza dalla sedia e lascia la Sala Verde al terzo piano di Palazzo Chigi, quella dei grandi patti sociali. Dice ai leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, che ha un altro impegno ma anche - se non soprattutto - che le richieste che hanno avanzato sono troppe. "Se ne va nervoso, praticamente senza salutare - scrive Repubblica - Non ha voglia di negoziare con i sindacati che pezzo dopo pezzo gli hanno smontato la manovra, la sua prima legge di Bilancio per rilanciare la crescita. È di fatto una rottura", nell'aria sin dalla mattina e dopo mesi di confronto assente tra esecutivo e parti sociali. Scontata la mobilitazione dei sindacati, che quasi certamente si tramuterà in sciopero. Le tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil non si sono divise. 

I sindacati chiedono di non tornare alla legge Fornero e di abbandonare anche la logica delle Quote per andare in pensione prima dei 67 anni. Draghi sarebbe rimasto sorpreso per i toni e la quantità di richieste: "Alza la voce per respingere l’idea di una nuova riforma pensionistica. C’è già, è la sua tesi. È la riforma Fornero, quella imposta dalla Banca centrale europea con la famosa lettera dell’agosto del 2011 firmata da Jean-Claude Trichet e dallo stesso Draghi che da lì a poco assumerà la presidenza dell’Eurotower di Francoforte. Insiste: non di torna indietro quando le pensioni costituivano la maggiore fonte di squilibrio per i conti pubblici".

Troppo poco per i sindacati la proroga di Opzione Donna e l'estensione dell'Ape social ad altre categorie di lavoratori gravosi (ma probabilmente non nelle dimensioni indicate dalla commissione tecnica istituita dal ministro del lavoro). Il presidente del Consiglio ha messo un punto fermo: dal sistema contributivo non si torna indietro. La proroga secca di un anno Opzione Donna consente alle lavoratrici di andare in pensione con 58 anni d’età (59 se lavoratrici autonome) e 35 di versamenti usufruendo di un assegno interamente "contributivo".

In pensione con 41 anni di contributi

Quando mancano poco più di 24 ore al Consiglio dei ministri chiamato ad approvare la legge di bilancio, sulle pensioni l'intesa in maggioranza è tutta ancora da trovare.

L'ultima opzione all’esame dei tecnici del Tesoro secondo il Sole 24 Ore è stata costruita attorno al requisito fisso dei 41 anni di contributi, sulla falsariga di quella "Quota 41" cara al Carroccio (possibilità di uscita al raggiungimento appunto del quarantunesimo anno di contribuzione, a prescindere dall’età anagrafica).

In tal caso i conti sono presto fatti: Quota 103 nel 2022 e Quota 104 nel 2023 scatterebbero con una soglia fissa di 41 anni di versamenti e un requisito anagrafico, rispettivamente, di 62 anni (come per Quota 100) e 63 anni: "Non a caso nella serata di ieri la Lega ha fatto sapere che il vero obiettivo da centrare restava Quota 41", nota il quotidiano di Confindustria.

Resta aperta anche l’ipotesi, tutt'altro che balzana vista l'aria che tira, dell’invio alle Camere di un testo sulle pensioni ancora modificabile almeno per le Quote con indicazioni specifiche limitate a Ape sociale e Opzione donna. Ma le poche risorse utilizzabili indicate dal Mef non permettono di viaggiare di fantasia.

Pensioni: perché i sindacati bocciano Draghi

La rottura con i sindacati è una pessima notizia per Mario Draghi. Il dialogo si è tradotto in una sorta di braccio di ferro. Al centro il no di Cgil Cisl e Uil ad un ritorno alla legge Fornero seppure dilazionata negli anni. "L'incontro non è andato bene. Ci sono alcune risposte parziali e positive sulla riforma degli ammortizzatori sociali, 3 mld secondo noi quelle risorse sono insufficienti. Sulla riforma fiscale ci sono 8 mld ma non c'è una scelta su dove allocare le risorse". Così il leader Uil, Pierpaolo Bombardieri al termine dell'incontro con il presidente del Consiglio. "Sulle pensioni non c'è neanche una scelta: né 102 né 104, c'è solo la scelta di stanziare 600 milioni per la proroga di Opzione Donna e l'Ape sociale. Né ci sono risposte a chi ha versato per 41 anni i contributi a prescindere dalla età anagrafica, non ci sono risposte sulla necessaria riforme complessiva".

"Su queste risposte sulla manovra il sindacato unitariamente valuterà nei prossimi giorni, dopo le decisioni che saranno prese dal Consiglio dei ministri, forme e strumenti di mobilitazione per sollecitare scelte adeguate", aggiunge il leader sindacale.

"Se si andrà verso una decisione bene, se vorranno confrontarsi con noi, noi siamo pronti a farlo giorno e notte. Se non dovesse avvenire nei prossimi giorni, dopo che valuteremo quello che il governo fa, decideremo le iniziative di mobilitazione più adatte nel rapporto con Cisl e Uil'', poi afferma il segretario della Cgil, Maurizio Landini.

Quello con il governo, continua il segretario Cgil, "è stato un confronto importante e molto franco. Siamo di fronte a una manovra molto importante, che ha l'obiettivo di rafforzare la crescita del nostro Paese" e quindi occorre creare lavoro e "in particolare abbiamo posto un tema molto preciso: non è accettabile che il lavoro che è stato creato in questi mesi sia precario. Abbiamo posto un tema: c'è bisogno di cancellare e modificare forme di lavoro che non hanno più senso e sarebbe ora di costruire una forma di lavoro fondata sulla formazione e sulla stabilità. Questa è la condizione per determinare un sistema pensionistico che stia in piedi", sottolinea quindi il sindacalista. Nel corso dell'incontro a palazzo Chigi il governo "ci ha ribadito che il perimetro presentato" per le pensioni "prevede 600 milioni di spesa, con 600 milioni non fai una riforma degna di questo nome. Ci hanno confermato che allo stato quelle sono le decisioni che hanno preso", aggiunge.

"Le mancate risposte sulle pensioni, l'assenza di finanziamenti sulla non-autosufficienza, e le mancate risposte sul tema della riforma fiscale ci portano a ritenere fortemente insufficiente il confronto con il governo sulla manovra", commenta infine il leader Cisl, Luigi Sbarra, dopo l'incontro. "Ecco perché nelle prossime ore decideremo, unitariamente, alla luce del testo di legge che sarà approvato in Consiglio dei ministri, a come dare luogo ad una fase di mobilitazione con manifestazioni a sostengo delle nostre rivendicazioni", annuncia ancora.

"Le pensioni non possono essere considerate un dettaglio nella contabilità generale dello Stato: non sono solo un costo economico ma soprattutto un problema di sostenibilità sociale. Ed è sbagliato ritenerle un lusso, un privilegio o una regalia: sono un diritto fondamentale dopo una intensa attività lavorativa. Per questo abbiamo chiesto che si possa uscire a 62 anni", continua il segretario Cisl.

"Abbiamo chiesto certezze per incentivare l'adesione dei giovani alla previdenza complementare e chiesto l'allargamento della 14 esima ai pensionati ma su questi temi non abbiamo registrato risposte sufficienti: ecco perché le incertezze sul finanziamento degli ammortizzatori sociali, le mancate risposte sulle pensioni, la mancanza di finanziamenti sulla non-autosufficenza e l'assenza di risposte sulla riforma del fisco che dovrebbe disegnare un sistema che allevi il peso sui dipendenti e pensionati, ci portano a ritenere fortemente insufficiente il confronto con il governo sulla manovra", conclude.

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I segretari confederali al termine dell'incontro Governo-Sindacati a Palazzo Chigi  ANSA/CLAUDIO PERI

Il meccanismo di quote crescenti non convince

"L'impianto della manovra così come è stato immaginato dal governo è ampiamente condivisibile, perché risponde alle due principali sfide che abbiamo di fronte: consolidare la ripresa che è in atto e affrontare la questione sociale emersa con la pandemia. Quanto alle pensioni, che Quota 100 scadeva a fine 2021 lo si sapeva da anni. Il punto è fare in modo che non vi sia un brusco scalone di 5 anni dalla fine di Quota 100 e l'età pensionabile così come stabilita dalla riforma del 2011". Lo spiega, intervenendo a Radio Immagina, Antonio Misiani, senatore e responsabile economico del Pd. "Il governo ha predisposto un meccanismo di quote crescenti - aggiunge -, che però, come ha detto molto chiaramente anche il segretario Letta, non ci convince, o quantomeno non basta, perché non può essere sufficiente una coda di Quota 100".

 "Sul fronte pensioni la dialettica quotidiana è totalmente guidata dai numeri: 102, forse 103, magari 104. Questo metodo di ragionamento però è molto problematico e non risolve le diseguaglianze esistenti nel sistema attuale. Invece ciò che dobbiamo chiederci è se il nostro sistema pensionistico possa continuare a vivere di riforme spot. Innanzitutto quota 100 va superata; nonostante sia stata utile per chi ne ha beneficiato, è palese come sia stata iniqua per tanti, donne in primis". E' quanto afferma la senatrice Rossella Accoto (M5s), Sottosegretaria al Lavoro e alle Politiche Sociali.

"Dobbiamo lavorare per una riforma del sistema pensionistico organica che possa cristallizzare delle certezze per il futuro - continua Accoto - Una riforma che esca dallo schema creato intorno alla sommatoria tra anni di lavoro ed età anagrafica e che consideri solo ed esclusivamente i reali versamenti contributivi di ogni lavoratore. Un piano che metta al centro il sistema contributivo ma che mantenga sempre la possibilità di andare in pensione anche prima dell'età stabilita dalla Legge Fornero, che tuteli e aggiorni la platea dei lavori usuranti e che tenga in debito conto i lavoratori discontinui e le donne. Per quanto riguarda i lavoratori in regime misto, che comunque si esauriranno in poco più di un decennio, si potrebbe accedere alla pensione anticipata con un assegno ridotto, commisurato ai contributi versati e che verrà integrato dalla quota restante maturata grazie al regime retributivo al raggiungimento dei requisiti d'età previsti dalla Fornero" ha concluso Accoto. E' il piano di Tridico, in sintesi. 

Cos'è il rischio scalone

Quota 100, lo ricordiamo, consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Si andrebbe verso scenari molto complessi. Ad esempio: dal 31 dicembre 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento. Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029.

Al momento, un rischio non ancora scongiurato.