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Quanto era difficile fotografare Fabrizio De Andrè

«Sono qui per fare le foto del tuo disco»

Hunter Thompson, compianto autore del romanzo Hell’s Angels, ha scritto: «Il mondo della musica è una trincea crudele e scialba, un lungo corridoio di plastica dove ladri e magnaccia girano liberi, e brave persone mentono come cani». È in un’epoca celebrativa del nulla come quella attuale che ci attacchiamo com maggior forza alle parole di Fabrizio, siano esse i versi di una canzone o i frammenti di un’intervista.

La sua vita era impregnata della sua poesia, della sua etica, e anche delle sue contraddizioni. Nella sua bella casa di Milano indicava libri preziosi, affreschi e oggetti d’arte, dicendo che se la gente avesse visto dove viveva forse l’avrebbe ripudiato.

Ma quando si andava a trovarlo nella sua azienda agricola dell’Agnata, in Sardegna, si coglieva ancor meglio la coerenza dell’uomo e dell’artista: dietro alle battute sulle tournée messe insieme «quasi cialtronescamente per pagare i conti della diga o dell’ultimo acquisto di bestiame», Fabrizio continuava a distillare la sua arte e a rifinirla infaticabilmente regalando nuovi capolavori come Le nuvole e Anime salve.

Fabrizio non poneva mai barriere tra sé e il suo pubblico. Sempre all’Agnata, in un pomeriggio d’estate del ’90, ricordo una coppia di ragazzi arrivati al cancello della villa con la speranza di incontrare il loro mito. Lui li aveva accolti con semplicità come vecchi amici, rifocillandoli e discorrendo con loro per diverse ore. «Preferisco che un ragazzo mi chieda: “C’è posto per me nella tua comune agricola?”, – amava dire – piuttosto che: “Ma tu, dopo Spoon River, perché hai cambiato questo e quello?”».

Fu questa sua semplicità diretta, priva di mediazioni, a contrassegnare il nostro primo incontro a Firenze in occasione della leggendaria tournée del ’79 con la PFM. Era stato Franz Di Cioccio a parlarmi per primo di quel progetto e di un possibile disco live. Un’idea straordinaria quella dell’incontro tra un cantautore e una rockband, senza precedenti in Italia, che agitava i ricordi delle tournée stellari di Dylan con la Band, di Jackson Browne con gli Eagles o di Joni Mitchell con gli L.A. Express.

Fino ad allora avevo divorato i dischi di Fabrizio e strimpellato alla chitarra le sue canzoni come tanti, ma la sua visibilità in pubblico era ancora talmente ridotta che mai avrei immaginato di potermi fare avanti per fotografarlo.

Forte della complicità di Franz, andai dritto filato alla Ricordi, la casa discografica di Fabrizio, e proposi di realizzare la copertina del disco live. «Vai e fai», mi disse Lucio Salvini, lasciandomi stupito che nessun altro fotografo ancora si fosse candidato a documentare un evento che s’annunciava a dir poco storico.

A Firenze, mi infilai senza preamboli nel camerino di Fabrizio e, con l’arroganza di chi è ancora agli inizi e dà tutto o quasi per scontato, mi presentai: «Sono qui per fare le foto del tuo disco». Lui mi stese con un semplice: «Accomodati pure». Nessuna condizione, nessuna restrizione. Così sarebbe sempre stato il nostro rapporto per vent’anni, a carte scoperte.

Durante la tournée Fabrizio si lasciò scrutare, perso un po’ nelle nebbie dell’alcol, forse anche perché non gliene fregava nulla d’essere fotografato, forse per malcelata vanità.

Ogni tanto qualche asperità con la PFM consigliava di riporre le mie Nikon, poi cominciava un piccolo gioco senza parole, come quando, girando per i camerini del palasport di Bologna, me lo ritrovai sdraiato contro un termosifone che dormiva. Nacque così una delle immagini a cui tutt’e due siamo rimasti più legati, e che lui volle commentare parafrasando con ironia il testo de Il pescatore. «Col culo esposto a un radiatore s’era assopito il cantautore».

Quella stessa ironia che, specie durante le prove, nelle mille attese dovute ai ben noti problemi tecnici delle registrazioni live, Fabrizio non lesinava improvvisando versioni piccanti di alcuni suoi testi in chiave hard, da Marinella alla Guerra di Piero il cui incipit nuovo fiammante suonava così: «Caghi nascosto in un campo di grano e per pulirti non hai che la mano»!

Nel ’90, quando aveva appena completato Le nuvole, Fabrizio mi invitò all’Agnata per scattare le foto promozionali di quel disco. «Fa’ come ti pare, basta che mi fai dimostrare dieci anni di meno» fu la sua sola richiesta, cui seguì il giorno dopo un perentorio «Lasciamo perdere. A che serve darsi tanto da fare per delle foto che non pubblicherà nessuno».

Enormi furono il panico mio e del discografico, soprattutto quando constatammo che Fabrizio aveva l’abitudine di alzarsi alle cinque del pomeriggio, con tanti saluti alla luce del sole. In capo a tre giorni rimediai lo stesso abbastanza scatti da giustificare il borderò del discografico.

Una sera, dopo cena, Fabrizio e io ci ritrovammo soli nella grande cucina. Gli avevo chiesto di farmi ascoltare la cassetta del nuovo disco, non ancora uscito, ma non ne aveva trovato traccia. Allora volle cantarmi l’intero album senza accompagnamento, secondo la sequenza definitiva dei brani. Solo sul finire venne Cristiano con la sua chitarra ad aggiungersi a lui.

Fu un’esperienza straordinaria e commovente perché, a parte il privilegio di ascoltare in anteprima quel disco fantastico in una versione tanto unica, Fabrizio non mancava di interrompersi qui e là per spiegare un verso, un concetto o il perché della scelta di questa o quella parola, risucchiandomi dentro il meccanismo stesso della sua creazione. Questo era il suo dono straordinario di condividere la sua arte, con umiltà e orgoglio.

In quell’occasione mi mancò il coraggio di tirar fuori la macchina fotografica. Rimasi inchiodato alla sedia, muto, sempre più toccato da quel magico rosario di parole, di suoni e di emozioni. Quella sera capii quanto Fabrizio sapesse indurre pudore e rispetto, grazie a quel suo dono specialissimo di farti sentire ammesso nel suo tabernacolo più intimo, sapendo che proprio per questo nessuno l’avrebbe violato mai in alcun modo.

Ti veniva da abbracciarlo, Fabrizio, da proteggerlo per tanta sensibilità. Io, da buon timido, lo ricambiai al punto da tirarmi indietro quando, alla fine di un servizio fotografico con Dori nel corso del quale si era voluto improvvisare mio assistente, mi propose di scattare le foto del loro imminente matrimonio. Malgrado l’invito diretto, mi pareva un’invasione di campo troppo grande. E ancora pudore in quelle sue lunghe notti, costellate di libri, di oroscopi, di televendite, di musica, degli ultimi amici nottambuli come lui. Stringeva il cuore sentirlo carburare e non poterlo seguire perché irrimediabilmente braccati dal sonno.

Nel ’97, con qualche mese di anticipo sull’uscita di Anime salve, arrivò la richiesta di un nuovo servizio fotografico in più riprese, tra Milano e l’Agnata. «Sono molto più mansueto di un tempo, hai notato?», dichiarò al primo incontro. Era un giorno in cui doveva andare dall’avvocato e, uscendo dall’ascensore che arrivava direttamente nell’appartamento di Milano, me lo trovai davanti vestito di scuro e incravattato, «E vado dall’avvocato, belìn. Posso mica andarci in jeans».

Stavolta trovai finalmente il coraggio di fotografarlo senza più timori, incalzandolo dolcemente ma sempre nel rispetto dei suoi tempi. Addirittura, vedendo un ritratto che avevo fatto a José Saramago, mi chiese di realizzargliene uno identico: un ritratto di studio!, supplizio a cui non si sottoponeva da più di vent’anni.

Montammo allora un piccolo set nel salotto della sua casa milanese e lui arrivò sottolineando la sua disponibilità, fiero d’una pulizia del viso fatta per l’occasione. Ma non funzionò, perché Fabrizio andava colto al volo in situazioni improvvisate, senza preavviso quasi, e non inchiodato sotto la lente di un microscopio.

Lo fotografai quindi nelle situazioni più disparate e curiose: nella sua camera da letto in mezzo ai suoi libri, con Alessandro Gennari, col quale stava terminando il suo primo romanzo Un destino ridicolo, in barca sul suo laghetto, mentre nell’antibagno di Tempio Pausania si faceva tagliare i capelli da Dori.

Documentai anche diversi concerti delle ultime tournée. Senza fiutare dove lo stava spingendo il vento del futuro, sentivo di dover fissare il più possibile. Eppure, quando la band divenne un affare di famiglia, non mi riuscì di chiedergli di posare per un ritratto formale con Dori, Luvi e Cristiano. Peccato, ma quella loro magia insieme sapeva ripetersi sulla scena, sera dopo sera, seguendo percorsi che nulla avevano a che fare con la fotografia.

Lo sguardo dell’addio gliel’ho visto per la prima volta alla mostra del cinema di Venezia del ’97, quando ritrovò lo scrittore Alvaro Mutis, al quale si era ispirato per il testo di Smisurata preghiera, per festeggiare la proiezione del film Ilona viene con la pioggia, e poi durante l’ultima tournée.

Fabrizio sembrava veleggiare con l’espressione pacificata ben al di sopra della solita confusione del back stage. Appariva spesso solo, anche quando era in mezzo ad altre persone, o mentre cenava in camerino o anche dopo che tutti i fan si erano portati via un ricordo, una fotografia, un autografo, una sua parola dolce. Lui rimaneva lì, su una panca, con l’immancabile sigaretta, in attesa di qualcosa, forse già altrove.

La nostra non fu mai una frequentazione intensa, ma intensi furono gli incontri e le conversazioni, e le poche interviste che realizzai con lui. Amava spiegarmi la mia scelta di fare il fotografo definendomi un «aforismico». Negli ultimi anni era diventato ancor più maestro di pensiero. Concedeva interviste solo per iscritto, per evitare di deragliare, per amor di sintesi, per non essere frainteso, e le meditava circondandosi di tutti i suoi libri amuleti e dispensando piccole perle di saggezza e di cultura.

Posso dire di averlo conosciuto meglio mettendo mano ai suoi appunti personali e alle mille interviste da lui rilasciate in più di trent’anni, mentre ricomponevo il mosaico della sia vita nel libro E poi, il futuro.

E così è stato per i tanti fan vecchi e nuovi che ho avuto e ho ancora modo di incontrare nelle presentazioni in libreria. La sensazione di una scoperta continua di un patrimonio artistico e poetico di incredibile attualità, assolutamente universale. Fabrizio ci ha davvero insegnato a pensare, a metterci nei panni dell’«altro», a cambiare sempre angolazione di ripresa.

Oggi il vuoto lasciato dalla sua scomparsa appare tristemente incolmabile, ma rimangono le sue canzoni, i suoi dischi e la sua voce «potente, adatta per il vaffanculo», a non farci perdere d’animo.

da “Volammo davvero. Un dialogo ininterrotto”, di Fondazione Fabrizio De André Onlus, a cura di Elena Valdini, La Nave di Teseo +, 2021, pagine 460, euro 20.00

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