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Scontri tra israeliani e palestinesi, come si è giunti a questa escalation di proteste e violenza

Da alcuni giorni la situazione tra israeliani e palestinesi ha subito un’escalation di vicende e violenze, riportate poi sui maggiori media nazionali e internazionali. Viene da chiedersi come si sia giunti ad una tale condizione, in questo breve contributo si cercherà di illustrare la situazione e di fornire una chiave di lettura.

La situazione attuale è scaturita dalla concomitanza di alcuni fattori: innanzitutto ha giocato un ruolo fondamentale la precaria stabilità politica che caratterizza la regione e in particolare le parti in causa, ossia israeliani e palestinesi. Da parte palestinese, il leader Abu Mazen ha arbitrariamente deciso di rinviare le elezioni, scatenando le proteste. Da parte israeliana il premier, Benjamin Netanyahu, ha fallito nell’obiettivo di creare un governo stabile, dando così la possibilità al suo antagonista politico, Yair Lapid, giornalista e fondatore del partito politico Yesh Atid, di poter accedere al potere e provare a formare un esecutivo forte e stabile.

Oltre a questi fattori che potremo definire interni, almeno tra le parti, non possiamo dimenticare la situazione generale della regione, in particolare il ruolo giocato dall’Iran che sta portando avanti, sia a livello interno che internazionale, una linea di condotta aggressiva che possa rafforzarla nel breve periodo. Questi elementi alimentano l’instabilità nei territori israeliani e palestinesi.

Tornando alle manifestazioni che da alcuni giorni animano Gerusalemme esse sono state originate, secondo fonti ufficiali, a causa del rinvio delle elezioni palestinesi, e contemporaneamente sono la giustificazione da parte delle autorità palestinesi per non indirle, quindi il classico caso del gatto che si morde la coda. Gerusalemme con il suo bagaglio di storia millenaria, di simbolismo religioso, in questo periodo di Ramadan è ancora più intrisa di valore religioso. Le manifestazioni e la risposta israeliana possono creare gravi problemi ad entrambe le parti, problemi che possono essere di breve ma anche di medio e lungo periodo, in un’escalation di violenza che potrebbe diventare incontrollabile.

È possibile che questi eventi possano marcare l’inizio di un periodo di acceso confronto e conseguente caos. La questione in gioco è molto più ampia di quanto potrebbe a prima vista sembrare, non si tratta solo di soffocare le proteste, di portare avanti una politica di eliminazione dell’identità culturale araba di alcuni quartieri della città (Sheikh Jarah), da cui si cerca di espellere i residenti, ma si vuole cambiare il simbolismo della città.

Dal punto di vista dell’opinione pubblica le proteste sono state in qualche modo una sorpresa, perché negli ultimi mesi, in particolare dopo che l’ex-presidente Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale israeliana e ha lì spostato l’ambasciata americana, la situazione – come si può notare a posteriori – non ha creato gravissime ripercussioni internazionali, se non semplici rimostranze formali. Oggi la situazione che si sta vivendo a Gerusalemme, invece, coglie di sorpresa e la prospettiva è che la situazione potrebbe non essere circoscritta alla sola città.

Infatti, in poche ore la situazione ha assunto proporzioni più decise, il movimento Hamas è sceso in campo, con i suoi missili, e ha trasformato le proteste in una pseudo-guerra, creando una situazione di forte tensione ed emergenza per Israele che si trova davanti ad una sola possibile scelta: l’intervento militare. Bisogna solo decidere l’intensità dell’intervento, che potrebbe concretizzarsi o con i soliti raid aerei e missilistici oppure in un’azione più incisiva che prefigurerebbe l’invasione della striscia di Gaza o di alcune sue zone. Quest’ultima scelta strategica è caldamente sostenuta dai partiti estremisti israeliani, e in questo momento di forte instabilità e liquidità politica potrebbero diventare fattori importanti che Netanyahu potrebbe sfruttare nel caso di fallimento di Lapid. In questa eventualità, infatti, il leader israeliano potrebbe rimanere al potere fino a settembre prossimo, cioè fino a nuove elezioni.

Del resto questa situazione, visti i fattori in gioco, tende ad accrescere l’escalation, anche in considerazione della posizione di Hamas che deve uscire vincitore, rafforzarsi, visto che in mancanza di elezioni il movimento islamico perde consensi e slancio politico a causa delle difficili condizioni di vita nella striscia di Gaza.

I problemi fortunatamente si accompagnano a possibili soluzioni: si potrebbe ideare e organizzare una missione di intervento internazionale per la città di Gerusalemme, atta a salvaguardare la sua identità multietnica e religiosa; sarebbe necessario indire al più presto le elezioni nei territori palestinesi in modo da creare un sistema stabile, politicamente e socialmente, in cui attori politici oggi esclusi dal dialogo possano dare il proprio contributo.

In mancanza di tutto ciò, ed in particolare dell’intervento internazionale il caos può dilagare e allargarsi a macchia d’olio in tutta la regione, dove a livello locale sono già presenti focolai di instabilità, altamente pericolosi. È necessaria un’azione rapida per rendere la situazione stabile e sicura.

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