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Smartworking, lo Stato e i sindacati dovrebbero tutelare chi lavora da remoto

Lidia Undiemi

Lidia Undiemi

Dottore di ricerca in diritto dell'economia

Lavoro & Precari

Smartworking, lo Stato e i sindacati dovrebbero tutelare chi lavora da remoto

Non era forse necessario attendere l’emergenza sanitaria per rendersi conto di quanto la tecnologia stia modificando il modo di lavorare. La promozione dello smart working sta però accelerando il processo in atto, che vede come sempre le imprese pioniere dell’uso della tecnologia per sperimentare nuove tecniche di lavoro, ovviamente per trarne il massimo profitto in termini di produttività e riduzione dei costi.

Ne ho parlato l’altro ieri in diretta streaming con l’avvocato Ernesto Maria Cirillo – attivo da quasi vent’anni sul campo delle vertenze sindacali e del lavoro – che con una buona dose di ottimismo invita tutti a ragionare sull’opportunità offerta dal momento che stiamo vivendo. In particolare, egli invita a riflettere sul come, in talune circostanze, possa convenire al lavoratore lo smart working, ma anche il lavoro part time.

La convenienza dipende da una serie di circostanze, in primis dal risparmio in termini di costi di trasporto per recarsi in ufficio o in termini di costo in caso di ricorso a baby sitter. Il suo discorso è in verità è molto più profondo, perché mira ad immaginare un mondo dove tutti possono avere maggiore tempo a disposizione per vivere la propria vita oltre il lavoro, migliorandone la qualità.

Ovvio che ciò è possibile solo se la transizione a questi metodi di lavoro sia fatta garantendo il massimo delle tutele possibili ai lavoratori, in primo luogo quelle relative al mantenimento dei livelli salariali. A questo punto però bisogna chiedersi come sia possibile contrattare con le imprese per evitare che nella loro ottica ciò non si traduca in una perdita in termini di maggiori costi.

Qui dovrebbero entrare in campo il sindacato e lo Stato. Il sindacato dovrebbe trovare il metodo migliore per contrattare collettivamente le condizioni a cui deve avvenire questa trasformazione, facendo molta attenzione ad evitare che questo avvenga a livello di singola azienda, ponendo dunque dei paletti a livello di contrattazione nazionale. Altrimenti il rischio è che i lavoratori subiscano le scelte dell’imprenditore locale, senza alcuna possibilità di potere seriamente contrattare in conseguenza dell’atomizzazione del potere sindacale.

Anche lo Stato dovrebbe ragionare su come porre una regolamentazione di base del fenomeno. Ma deve farlo con cognizione di causa, studiando attentamente le variabili in campo. La contrattazione tra imprese e sindacati resta comunque il canale preferenziale per raggiungere un buon compromesso.

Certo, poi possiamo, anzi dobbiamo, ragionare sul come rimettere in discussione un sistema capitalista che non ci piace poiché sbilanciato a favore delle imprese, e questo spiega la crescita della disuguaglianza di cui tanto si discute. Ma questo non esclude che oggi possiamo occuparci di come evitare che un’opportunità offerta alle imprese si traduca in stress, riduzione dei salari e sfruttamento “a distanza”.

Perché l’alternativa è subire l’evolversi degli eventi, come accaduto agli operatori di call center nei primi anni del 2000, quando il progresso tecnologico aveva consentito forme di sfruttamento prima impensabili, come la paga di pochi centesimi a chiamata – con i famosi co.co.co. poi a progetto – che avevano creato un esercito di lavoratori “poveri” in nome della flessibilità.

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