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Storia di Fortuna, la principessa finita nel mondo sbagliato

Si chiama Nancy, oppure Fortuna. A seconda che prevalga la realtà o la fantasia. È la bambina senza giocattoli protagonista dell’ultimo film di Nicolangelo Gelormini, ispirato a un fatto vero – la vicenda di abusi e violenze che investi il Parco Verde di Caivano, nel 2014.

Non è un’inchiesta, non è uno spaccato realista. Il film, in concorso alla 15esima Festa del Cinema di Roma e prodotto da Davide Azzolini, non vuole consegnare a noi, impacchettata, la verità di quanto accaduto. Piuttosto, ridare una storia e un po’ di attenzione alla protagonista, uccisa a sei anni scaraventata dall’ottavo piano.

“Fortuna”, questo il titolo, compie allora un’impresa: introduce con garbo e delicatezza lo spettatore in un mondo mostruoso. Usa (inventa?) il punto di vista della bambina: sono le luci soffuse della prima metà del film, le atmosfere fredde ma pastellate, gli ambienti spogli, ordinati, puliti. C’è l’abbandono alle fantasie infantili (la principessa, il pianeta misterioso da cui proviene, la cometa che verrà a prenderla a mezzanotte. Ma attenzione, ci sono i «giganti»), le improbabili feste di quartiere, le sedute dalla psicologa, la madre affettuosa (Valeria Golino).

È un manto di quiete, un nascondiglio dove si rifugia la protagonista (interpretata da Cristina Magnotti), forse un velo di falsità i cui limiti emergono subito: come si chiama la bambina? Nancy o Fortuna? E perché va dalla psicologa? E cosa succede in cima al palazzo, sul tetto dove si muovono i «giganti» e tre bambini aspettano la cometa?

Il film si interrompe a metà, la storia riparte di nuovo. Stavolta le carte sono scombinate, le atmosfere sgualcite. Ai muri perfetti si sostituisce una casa sgarrupata, l’ascensore non va più e i vecchi pazzi sono vecchi pazzi. Cosa è cambiato? È la parte del male: lo squallore invade il cielo e non è più tenuto a bada dalla fantasia.

La madre e la psicologa non sono più le stesse, la bambina si chiama Fortuna e basta, il manto della quiete è caduto e si affaccia il mostro. Sono gli elementi noti, cioè la periferia degradata, la piccola delinquenza, il sospetto degli abusi. Non c’è più la radio che capta il segnale degli alieni che sarebbero venuti a prenderla e riportarla sul suo pianeta, ma un cellulare. Dentro c’è qualcosa di oscuro e osceno.

Nonostante il film sia un grande giro su se stesso (emblematica la scena iniziale della giostra), dove alla connessione logica del pensiero adulto si sostituisce la giustapposizione di episodi senza spiegazione (è la percezione dei bambini) il ritmo sale fino alla fine, quando il gigante compare davvero.

È il modo con cui i bambini parlano (o non parlano) del male? Forse sì, almeno è quello che sembra dire il regista Gelormini, cresciuto alla scuola di Paolo Sorrentino ma che vanta esperienze (e si vede) anche nel teatro, da dove trae il gusto per le ambientazioni e le scene pulite. Del teatro, poi, sceglie la pudicizia: in “Fortuna” il non detto rimane taciuto, l’incomprensibile è sempre fuori dalla scena. Ciò che si deve capire (o che si sa già) appare da solo. Il film è testimonianza, ma anche riparazione: ritrova la tenerezza dove ha prevalso l’orrore.

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