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Strage di Bologna, il presidente dell’associazione vittime: «Terroristi coperti dallo Stato»

«Secondo me ci stiamo avvicinando alla verità completa». Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ne è convinto. Ma, aggiunge, «il problema sarà arrivare davvero fino in fondo». Tenacia, perseveranza, impegno. A 41 anni dall’attentato più efferato della storia della Repubblica, che provocò 85 morti e oltre 200 feriti, i tasselli si stanno pian piano ricomponendo. E mentre davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Bologna è in corso il processo sui mandanti, domani dopo lo stop dello scorso anno dovuto alla pandemia il corteo delle celebrazioni finalmente tornerà in stazione, rendendo omaggio a quelle 85 vittime che alle 10.25 del 2 agosto 1980 persero la vita a causa della terribile esplosione della bomba. A processo attualmente ci sono l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel (accusato di depistaggio), Domenico Catracchia, amministratore di immobili di via Gradoli a Roma usati come rifugio dai Nar (accusato di false informazioni al pm) e soprattutto la Primula Nera ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, considerato il quinto uomo della strage in concorso con i Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado all’ergastolo nel gennaio 2020).

Ma fra gli imputati figurano anche il capo venerabile della P2, Licio Gelli, il banchiere Umberto Ortolani, l’ex capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato e il giornalista iscritto alla P2 ed ex senatore Msi, Mario Tedeschi. Questi quattro, deceduti, sono ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori della strage. «Non si può più parlare di servizi segreti deviati – afferma Bolognesi – parlare di servizi deviati equivale a non riconoscere le responsabilità politiche che ci sono state nell’attentato».



Presidente Bolognesi, cosa sta emergendo durante il processo mandanti?

«Innanzitutto sta emergendo che i terroristi neri erano protetti, accompagnati e aiutati dai servizi segreti italiani: servizi che erano iscritti alla loggia massonica P2, che non erano schegge impazzite, ma che furono nominati in Consiglio dei ministri nel 1978. Ci sono responsabilità politiche che emergono pesantissime. E questo penso sia un bene per la storia del nostro Paese. Penso al ruolo di Francesco Cossiga, che appoggiò la pista palestinese e parlò di spontaneismo armato, negando in questo modo che ci fosse un disegno complessivo, come se la strage fosse stata un gesto isolato, senza alcun collegamento con gli apparati dello Stato. E penso a Parisi, che mischiò Ustica e strage di Bologna, provocando confusione e depistaggi quanto meno mediatici. Adesso stanno emergendo circostanze che abbiamo sempre immaginato, di cui non si poteva parlare apertamente, ma che stanno diventando finalmente palesi, documento dopo documento, udienza dopo udienza».

Un mosaico che si sta ricomponendo?

«La strage di Bologna ha una particolarità. Nonostante ci siano condannati in maniera definitiva, prima durante e dopo i processi è stato fatto di tutto per rendere i responsabili dei capri espiatori, tirando fuori piste alternative, sminuendo il ruolo della loggia P2, che veniva rappresentata come una sorta di bocciofila, e sminuendo il fatto che ci fosse un grande disegno complessivo al quale ha contribuito una grande parte dello Stato. La strategia della tensione non è mai finita, ma continua con altri strumenti».

Lei ha sempre rifiutato il concetto di servizi deviati. Come mai?

«La parte deviata dello Stato era quella che comandava. Dopo quel consiglio dei ministri ci fu il caso Moro, la strage di Bologna. Senza dimenticare che nel processo sta emergendo anche la figura delle protezioni rese dal procuratore di Bologna dell’epoca, Ugo Sisti, a cui in passato era stato dato un peso relativo. Se non ci fossero state tutte queste protezioni, non ci sarebbero stati tutti questi morti».

Si riferisce al legame di Sisti con l’ex Avanguardia Nazionale, Bellini, prosciolto nel 1992 e ora di nuovo imputato dopo la revoca dell’archiviazione?

«Più si va a scavare, più emerge che Bellini c’era dentro fino al collo, nonostante la sua difesa tenda a sminuire»

Killer per la ’ndrangheta, protagonista della trattativa Stato-Mafia sulle opere d’arte, latitante in Brasile sotto il falso nome di Roberto Da Silva. Bellini dopo essere stato arrestato nel 1999 ha deciso di collaborare con la magistratura, confessando una decina di omicidi, tra cui quello dell’esponente di Lotta Continua, Alceste Campanile. Nega però la strage.

«L’ha fatta franca in tante circostanze. Ma può un uomo del genere fare tutto questo da solo?».


Agli atti del processo c’è il video girato in stazione la mattina del 2 agosto 1980 dal turista tedesco Harold Polzer, che ha consentito di riaprire le indagini su Bellini. Non è l’unica prova dell’accusa, ma sembra decisiva.

«Il video è il filmato di una vacanza in famiglia del turista. La qualità è stata migliorata dall’Istituto Luce. In stazione, il filmato si ferma alle 10.12, tredici minuti prima dell’esplosione. Poi le riprese ricominciano subito dopo l’esplosione, quando si comincia a intravedere il volto riconosciuto in Bellini, mentre parla con altre persone, da cui sono stati estrapolati fotogrammi. Il volto è stato riconosciuto in aula dall’ex moglie, che non l’ha solo riconosciuto, ma ha anche demolito il suo alibi, rendendo compatibili gli spostamenti con la presenza di Bellini in stazione: un alibi che aveva mantenuto per 40 anni proprio grazie alle coperture dei suoi familiari. Se Bellini volesse riscattarsi, ora potrebbe dare il suo contributo, non solo sulla strage di Bologna».

Quanto è stata importante la digitalizzazione degli atti per riaprire le indagini?

«La digitalizzazione è stata la chiave di volta. Ha consentito di mettere in relazione processi come Brescia, Milano, ma anche processi minori. Abbiamo messo insieme la documentazione e l’abbiamo presentata alla Procura ordinaria, che voleva archiviare. Poi la Procura generale ha avocato a sé. E le indagini stanno tuttora proseguendo. Credo che dal processo in corso si possano riscrivere anche il caso Moro e l’omicidio Mattarella. La digitalizzazione è stata fondamentale, ma servono anche magistrati che hanno voglia di rischiare e che si mettano lì a scavare».

Domani il corteo tornerà in stazione. Quanto è mancato l’anno scorso?

«Il corteo è molto importante per noi. L’anno scorso non è stato possibile farlo. Quest’anno lo faremo con tutte le prudenze necessarie. Ci saranno più di 130 familiari delle vittime, alcune sul palco, altre sotto il palco. Poi quest’anno c’è un’iniziativa nuova: i sampietrini della memoria, con i nomi e le età di tutti i morti, che partono da piazza Nettuno e arrivano fino in stazione, su via Indipendenza. È una sorta di corteo permanente».

Il governo sarà rappresentato dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Quanto è importante la sua presenza?

«Con il processo in corso è fondamentale. Prima di Alfonso Bonafede, nessun Guardasigilli era mai venuto il 2 agosto a Bologna. E dopo Sandro Pertini l’unico presidente della Repubblica venuto a Bologna è stato Sergio Mattarella. Tutti hanno evitato di parlare della strage. Bisogna mettere in conto anche questi aspetti».

Cosa vi aspettate dal governo?

«Chiediamo finalmente l’applicazione della legge sui risarcimenti ai familiari delle vittime. Una legge che c’è dal 2004, ma che ha una serie di norme che in diciassette anni non sono mai state applicate, nonostante sia stata finanziata tre volte. C’è volontà di non applicarla. E chiediamo che venga rinforzata la magistratura inquirente. C’è il processo mandanti in corso, ci sono altre indagini in corso e ci sarà l’appello di Cavallini. È stata aumentata la magistratura giudicante, ma è stata appesantita la magistratura inquirente. Ma le indagini non sono affatto finite». —© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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