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Tornare al cinema e sopportare gli altri si può fare solo per Nanni Moretti (in presenza)

Per parlare dell’uscita del nuovo film di Nanni Moretti, ha più senso parlare della capienza delle sale cinematografiche o delle vendite dei romanzi in libreria? Probabilmente della prima cosa, quindi comincerò dalla seconda.

“Tre piani”, il romanzo di Eshkol Nevo, è uscito in Italia nel 2017. Ha venduto più che bene, e non ha mai smesso: nel primo semestre del 2021 si è assestato sulle quattrocento copie a settimana, una cifra per vendere la quale ogni scrittore pubblicato in Italia metterebbe la firma. I libri che non sono scritti da Stefania Auci vendono – se sono fortunati – quel numero di copie quando sono usciti da quattro giorni, mica da quattro anni.

All’inizio del luglio 2021, Nanni Moretti mette su Instagram il video in cui si prepara alla presentazione di Cannes canticchiando “Soldi” di Mahmood. L’undici luglio, presenta il suo film al festival. Non l’ha visto ancora nessuno, tranne i giornalisti che sono lì e alcuni invitati, ma ogni italiano informato a quel punto sa che “Tre piani” non è un romanzo qualunque: è il romanzo dal quale Nanni Moretti ha tratto il suo nuovo film.

Anni fa si diceva che l’unico che in Italia potesse spostare i destini d’un libro era Alessandro Baricco, ma solo se in prima pagina: era quando l’essere in prima pagina contava qualcosa, era quando i giornali contavano qualcosa, ma soprattutto era quando Baricco era riuscito a farci comprare Isabella Santacroce (un divulgatore culturale non lo vedi tanto dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, quanto dalla capacità di farti dire ogni volta «non mi freghi più», e poi di fregarti di nuovo: sì, come i playboy).

La settimana del 12 luglio 2021 è quella in cui “Tre piani”, uscito da quattro anni, vende tremila copie, e l’Italia scopre d’avere un piazzista per il pubblico medio riflessivo efficace almeno quanto Baricco, anzi di più: mica Nanni ha mai detto «compratevi ’sto libro». Neppure ci ha fatto vedere il film, ancora.

Eppure, è bastato sapere che a lui era piaciuto abbastanza da trarne qualcosa, per fidarsene. Se tremila copie in una settimana vi sembran poche, innanzitutto evitate di pubblicare un libro perché i dati di vendita potrebbero farvi piangere, e poi annotate quest’informazione: la settimana dopo il passaggio a Cannes, le tremila copie di “Tre piani” lo fanno essere il ventesimo libro più venduto in Italia.

Il film è uscito ieri, quindi non abbiamo ancora i numeri più interessanti: saranno di più o di meno quelli che comprano il libro dopo aver visto il film? Il bollino nannimorettico vale di più sulla fiducia o con l’esperienza?

Il film è uscito ieri, e pochi giorni fa le pagine politiche dei quotidiani riportavano che Franceschini vorrebbe il ritorno alla normalità (cioè: alla totalità) per la capienza dei cinema, e Speranza invece vuole tenerla a metà. Ci sarebbero da fare, su questo tema, molte osservazioni. Perché sui treni ora posso stare con un ottanta per cento d’umanità a me estranea che mi alita in faccia, e nei cinema invece il distanziamento è come quello dei treni dell’anno scorso? Che fiducia possiamo avere in una politica che si fa fare i cazziatoni dal marito della Ferragni sul distanziamento che attualmente dev’esserci sì ai concerti ma non ai comizi? Eccetera.

Ma la riflessione che avevo fatto io vedendo quelle cronache era un’altra: il distanziamento al cinema possono anche levarlo, la gente i cinema aveva smesso di affollarli ben prima della pandemia. Non è una brutta notizia, non più di quanto lo sia il fatto che all’eventuale cinema ci andiamo in metrò e non in calesse. Se posso guardare qualunque cosa dal mio divano senza uscire dal pigiama e senza trovarmi in prossimità di estranei, per quale autolesionista ragione dovrei andare al cinema?

Poche persone mi stupiscono quanto quelle che pigolano di «insostituibile esperienza della sala» senza mettersi a ridere. Lo capisco se sei un esercente o un produttore o un qualcun altro che con le piattaforme ci rimette soldi, ma se sei uno spettatore mi chiedo se tu sia mai andato in un cinema.

Io ci sono andata ieri, appunto a vedere “Tre piani” – che non avevo capito fosse un film sul più kitsch dei temi, ovvero la maternità, e in quanto tale avesse tutto il corredo kitsch, dai fantasmi agli uccellacci del malaugurio alla scena di sesso con Scamarcio.

Ho deciso che avrei misurato il passare del tempo tornando nel cinema dove trentadue settembre fa avevo visto “Palombella rossa”. Quando un Nanni Moretti che usciva al cinema era un evento per il quale i liceali accorrevano, disposti a sedersi per terra se – com’era ovvio accadesse nel giorno dell’uscita – i posti finivano (all’epoca a nessuno importava niente delle uscite di sicurezza, delle misure antincendio, di accertarsi che campassimo fino a centocinque anni).

Sono andata sul sito del cinema, era l’ora di pranzo, e la mia vecchiezza mi è stata evidente: per lo spettacolo pomeridiano, che iniziava tre ore dopo, i biglietti venduti erano tre. Quando lo spettacolo è iniziato, alle 16, in sala eravamo una trentina.

Dall’influencer Nanni compriamo a scatola chiusa il libro che ha adattato, ma neanche per l’influencer Nanni siamo disposti ad andare in una sala in cui c’è una coppia di anziani che chiacchiera, delle professoresse democratiche sedute un po’ più in là che continuano a strillare «shhht!», quattro amiche che arrivano in ritardo e rovinano i titoli di testa cercando il loro posto. Non siamo più abituati a questi piccoli fastidi, ora che i film arrivano ai nostri divani. Divani in centonovanta paesi, come da fissazione dei registi provinciali irrisi dallo stesso Nanni, il quale invece è così rétro da amare la sala.

Così rétro o così viziato dal fatto che al Nuovo Sacher il pubblico, che lo venera e lo teme, non si permetterebbe mai d’arrivare in ritardo o di chiacchierare. E infatti ieri pomeriggio lo spettacolo delle 22 e 30 al Sacher era già esaurito.

Perché, quando non sei più abituata all’umana maleducazione, puoi andare al cinema solo in una sala con esercente severo. O perché ieri sera al Sacher c’era Moretti in sala, e l’economia del sé ormai funziona così: compri i libri degli youtuber per farti la foto con loro alla presentazione, e vai al cinema solo se poi puoi dire d’aver visto da vicino Moretti, guarda, ho il selfie per dimostrarlo.

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