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Trump vacilla nell’Arizona che spera in Kamala (col supporto della vedova McCain)

PHOENIX
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Davanti all’ufficio elettorale le auto si avvicinano lentamente a una grande urna con i colori della bandiera. Cathie, giovane volontaria arrivata dal Wisconsin, raccoglie le buste verdi e le infila nel Ballot-box. All’interno della palazzina trenta impiegati sono chini su pile di schede: stanno già contando le preferenze. Il risultato di questa operazione, qui nella contea di Maricopa, attribuirà gli 11 delegati in palio in Arizona, che potrebbero a loro volta rivelarsi preziosi per l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti.

L’Arizona è una delle mine vaganti sulla strada di Donald Trump, che infatti nelle ultime settimane ci è venuto sette volte, contando anche la doppia visita di mercoledì 29 ottobre, prima a Bullhead, la città dei casinò, e poi all’aeroporto Goodyear di Phoenix. The Donald ha incrociato a distanza la numero due del ticket avversario, Kamala Harris, che ha tenuto due comizi: a Tucson e poi a Phoenix. Segno che i democratici ora ci credono davvero.

D’altra parte le certezze consolidate dell’Arizona si sono trasformate in vaghe ipotesi. Voterà ancora repubblicano il ceto medio bianco adagiato nei sobborghi, tra le palme, i cactus giganti (i saguaro), le bouganvillee in fiore? Fino al 2018, anno della sua morte, anche i sassi appoggiavano il senatore John McCain, prototipo del conservatore moderato, eroe di guerra, leale avversario di Barack Obama; un tormento, invece, per «The Donald».

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Ora Cindy McCain, la vedova del Senatore, è schierata con Joe Biden. Ha speso soldi per gli spot anti-Trump; i suoi follower su Twitter si sono rapidamente moltiplicati, ora sono 208 mila. Insomma, Cindy conduce un’intensa «battaglia» contro «il tradimento» dei valori e della storia del partito repubblicano. Per i democratici il suo è un altro segnale del cambio di stagione che sta maturando in Arizona, e forse una breccia in un territorio fin qui ostile. Non a caso Kamala Harris ha iniziato il suo discorso a Tucson, dicendo: «Voglio parlarvi in modo franco, nello spirito del grande senatore McCain».

Sul telefonino di Steven Slugocki, 37 anni, bancario e segretario del partito democratico locale, brillano i numeri dell’«early voting», il voto anticipato per corrispondenza o in persona. Fenomeno travolgente. Nell’intero Stato si sono già espressi quasi due milioni di cittadini, che dovrebbero diventare 3,3 entro il 3 novembre, su 3,9 milioni di elettori. Dai registri risulta anche l’affiliazione di chi ha consegnato la scheda: 784 mila democratici, contro 704 mila repubblicani. Ma soprattutto 488 mila indipendenti: staranno con Trump o con Biden? Il democratico Slugocki pesca una tabella sulla Contea di Maricopa, che comprende la progressista Phoenix e i suoi satelliti conservatori, come Scottsdale, Mesa e altri. Ci vive il 64% dei 7,2 milioni di abitanti dell’Arizona. «Vede? Siamo in testa di 30 mila voti e gran parte degli indipendenti sceglierà Biden».

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I trumpiani sono convinti di poter comunque reggere. O almeno questa è la sensazione nelle comunità più tradizionaliste, come quella di Fountain Hills che si affaccia su uno spazio immenso di terra selvaggia, fino al rosso profilo delle Superstition Mountains. Qui vivono l’ex sceriffo Joe Arpaio, spauracchio degli immigrati, e l’ex senatore statale Russell Pearce, promotore di una delle leggi più severe sulla facoltà della polizia di perquisire cittadini sospetti.

Il problema, per Trump, è che questa intransigenza, questo estremismo sembrano sfasati rispetto alla nuova realtà. Come in Texas, in Arizona l’immigrazione non è più l’emergenza. La pandemia sta mettendo in crisi l’intero modello di sviluppo, fondato sul terziario avanzato, l’hi-tech, la medicina d’avanguardia, la ricerca applicata, più una robusta sponda bancaria.

Phoenix fa impressione: almeno un terzo dei negozi è chiuso, o meglio sbaraccato. Le università sono deserte. Poco movimento anche intorno ai grandi stabilimenti fuori città, come quello della birra Budweiser. Sulla città premono le aspettative dei circa 122 mila nuovi arrivati. Colletti bianchi, tecnici, ingegneri, lavoratori specializzati fuggiti dalle tasse e dai prezzi impossibili della vicina California, o dal Midwest: un blocco sociale che non sembra avere ancora una rappresentanza.

Kamala Harris, a Phoenix con la popstar Alicia Keys, ha offerto un piano di sostegni, investimenti in infrastrutture, posti di lavoro da creare con la riconversione energetica. E tra un comizio e l’altro ha incontrato anche i piccoli imprenditori dei latinos e i leader afroamericani. Comunità già schierate quasi al completo contro Trump.

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