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«Un miliardo da Google per gli editori mondiali: i media si innoveranno»

Madhav Chinnappa è uno dei protagonisti del panorama mondiale delle notizie. Dopo aver lavorato per Bbc e Ap, dieci anni fa è entrato in Google; ora dirige lo sviluppo dell’ecosistema delle news. Parla al Corriere nel giorno in cui viene annunciato il bilancio finale della Digital News Initiative (Dni) e quello del primo biennio della Google News Initiative (Gni).

Negli ultimi dieci anni, il panorama dell’editoria ha visto un’evoluzione che, per molti editori, è stata drammatica. Cos’è andato storto?
«Il cambiamento è stato profondo, sì. E il bilancio non è del tutto positivo, ma nemmeno totalmente negativo. Un esempio: il Guardian era il settimo giornale britannico; il web gli ha consentito di avere un’audience e un’influenza globale. Internet ha scosso le fondamenta di un modello di business, ma ha anche scardinato strutture di potere».

Voi avete risposto con i fondi della Dni prima e del Gni poi. Con quali esiti?
«I progetti sostenuti con il Dni sono stati, in tutta Europa, 662, 45 dei quali in Italia, per un totale di 150 milioni di euro. Il fondo Gni è da 300 milioni di dollari: in Europa ne sono già stati assegnati oltre 54. Sugli esiti: l’innovazione richiede tempo. E la diversificazione delle fonti di reddito — gli editori ora puntano molto più che in passato sugli abbonamenti, ad esempio — è solo all’inizio».

Il progetto Subscribe with Google puntava a permettere la personalizzazione delle offerte in base a chi naviga. Quando sarà possibile farlo?
«Misurare la propensione all’abbonamento di un gruppo di navigatori si è dimostrato più complicato del previsto. Subscribe già funziona, però: fa sì che gli abbonati, quando fanno una ricerca su Google, vedano in evidenza gli articoli del “loro” giornale, e consente a chi ha già inserito i dati della carta di credito per nostri servizi di non doverlo più fare per abbonarsi».

L’1 ottobre avete annunciato Showcase, progetto da 1 miliardo di dollari che prevede un pagamento diretto agli editori. Che cos’è?
«Le testate coinvolte potranno personalizzare la visualizzazione dei loro contenuti, ad esempio, con elenchi puntati o timeline, sulle piattaforme Google. Se il test funziona, dopo Brasile e Germania, lo amplieremo».

Lo stesso giorno ribadivate che «il valore economico che Google ricava dalle ricerche relative a notizie è piccolo». Perché, allora, investire quel miliardo?
«Oltre il 90% dei ricavi, per Google, derivano da ricerche che “scatenano” pubblicità: chi cerca una notizia non ne vede pressoché mai. Altri introiti arrivano dalla vendita di pubblicità programmatica: ma tra il 70 e il 95% va agli editori. Google però è un’azienda che lavora su ecosistemi: e ci sta a cuore lo stato di salute di quello dell’editoria».

In Francia è già stata implementata la normativa Ue sul copyright. Cosa cambia?
«Per noi è importante che la legge europea consenta di utilizzare “brevi link ed estratti”: e spiegare come ogni editore possa decidere se essere indicizzato, e come mostrare i propri contenuti su Google».

I quotidiani di carta sono destinati a estinguersi?
«Nella storia, ogni volta che si è affacciato un nuovo media, molte voci si levavano ad annunciare la morte dei predecessori. Ma credo ci sia qualcosa di profondo e viscerale nell’esperienza di lettura fisica. I quotidiani dovranno evolvere, puntare sul loro valore distintivo. Alcuni cambieranno periodicità: ma non credo a una loro estinzione».

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