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Vittoria Puccini e Alessandro Preziosi: ecco perché il loro matrimonio è

Vittoria Puccini e la fine del suo amore con Alessandro Preziosi. Il loro rapporto d’amore iniziano sul set di Elisa di Rivombrosa era il lontano 2004, dalla loro Unione nacque anche la loro figlia Elena.

Nel 2010 per tutti i fan della coppia ci fu una brutta sorpresa, i due decisero di separarsi. La coppia non ne parlo mai in pubblico ma la questione all’epoca era su tutti i rotocalchi di gossip. Vediamo cosa era successo nel dettaglio.

La stessa Vittoria Puccini in un’intervista effettuata un Magazine di gossip voleva precisare alcune voci sulla loro fine mettendo a tacere tutti i vari pettegolezzi fra lei ed Alessandro Preziosi: “perché è finita? è una questione di Alchimia, di ingranaggio ha detto l’attrice Fiorentina io non ti davo fuori il meglio di lui e viceversa. Accade a tantissime coppie, dopo tutto questo è l’amore.

Mantecare non è una parola che senti usare spesso da un intervistato: mai l’avevo sentita usare da un mio intervistato, prima di oggi. Eppure non mi stupisco quando Vittoria Puccini risponde «io mantèco» alla domanda sulla divisione dei compiti in cucina con il compagno Fabrizio Lucci, direttore della fotografia, chef dilettante come Vittoria – lui la precisione: affettare, tritare, impiattare; lei il movimento: amalgamare, incorporare, lavorare.

Tutto nelle sue risposte racconta lo sforzo di armonizzare, integrare, tenere insieme esigenze e aspirazioni diverse. La voce avvolgente, vellutata e roca, che solo una volta si spezza, quando parla della madre. La scelta misurata delle parole, anche quando esprimono pareri convinti. Il rispetto con cui parla delle persone della sua vita, soprattutto di Elena, 15 anni il 16 maggio, avuta da Alessandro Preziosi.

Ci sentiamo proprio al rientro da una passeggiata a Villa Borghese con la figlia, prima di una mattina di Dad. «È una valvola di sfogo, ne ha bisogno. Dobbiamo essere vicini ai ragazzi della sua età in questo momento difficile. Sono anni fondamentali in cui tutto dovrebbe ruotare attorno ai rapporti sociali, e invece loro sono privati del confronto con gli altri – anche lo scontro, anche il disagio – che ti forma».

Lei ha più volte raccontato di essere stata un’adolescente insicura. La sicurezza l’ho conquistata quando ho iniziato a recitare. Ma se il lavoro mi ha permesso di esorcizzare la mia timidezza nascondendomi dietro altre persone, quella timidezza farà sempre parte di me, e le sono affezionata. Prima ne parlavo con Elena: questa sensazione di non essere all’altezza, di stare sempre in bilico come un’equilibrista, è importante per me. A ogni set nuovo, a ogni nuovo regista, è l’insicurezza che mi fa mettere in gioco, concentrare sulla sfida. Non vorrei mai essere quella che pensa di fare con la mano sinistra. Arrivare a capirlo e accettarlo, fare pace con la mia fragilità è stato un gran traguardo.

Pensa che alla generazione di Elena stia mancando questo confronto che destabilizza ma fa crescere? Purtroppo è sostituito dai social, dal confronto con una dimensione che non è reale. Il nostro senso di inadeguatezza era legato a rapporti veri, e non c’entrava niente con i modelli estetici: Claudia Schiffer e Cindy Crawford erano aliene irraggiungibili, le ammiravi ma non ti frustrava il fatto di non essere come loro.

Oggi i modelli sono più accessibili, fintamente vicini perché pensi di sapere tutto del personaggio, entri nella sua vita, e anche se è una vita artefatta da filtri e manipolazioni, tu ragazzino ti senti sfigato se non gli assomigli. In compenso i quindicenni di oggi sono molto più evoluti intellettualmente di come eravamo noi, molto più aperti sul mondo, e questo permetterà loro di uscire più forti dalla guerra che stiamo vivendo. Hanno una libertà dai pregiudizi che mi affascina. E proprio crescendo Elena ho capito quanto siano importanti i modelli culturali che il mondo dello spettacolo propone, il fatto di presentarti in tutta la loro normalità vite che non sono la tua, e di metterti nei panni di persone totalmente diverse da te, e che così riesci a capire – una coppia di genitori omosessuali, per esempio. Non siamo solo intrattenimento. Il nostro è un lavoro socialmente importante, capace di trasmettere messaggi di inclusività, di non paura del diverso, che formano le persone e possono migliorare la società.

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